Lettera del 10 dicembre 1513 di Machiavelli a Vettori

Firenze, 10 dicembre 1513

Magnifico oratori florentino Francischo Vectori apud Summum Pontificem, patrono et benefattori suo.
Romae.

Magnifico ambasciatore. « Tarde non furon mai gratie divine ». Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma smarrita la gratia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi, et ero dubbio donde potessi nascere la cagione. Et di tucte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scripto che io non fussi buono massaio delle vostre lettere; et io sapevo che, da Filippo et Pagolo in fuora, altri per mio conto non l’haveva viste. Honne rihauto per l’ultima vostra de’ 23 del passato, dove io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente et quietamente voi exercitate cotesto offizio publico; et io vi conforto a seguire così, perché chi lascia e sua cornmodi per li commodi d’altri, so perde e sua, et di quelli non li è saputo grado. Et poiché la Fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto et non le dare briga, et aspettar tempo che la lasci fare qualche cosa agl’huomini; et allhora starà bene a voi durare più fatica, veghiare più le cose, et a me partirmi di villa et dire: eccomi. Non posso pertanto, volendovi rendere pari gratie, dirvi in questa mia lettera altro che qual sia la vita mia, et se voi giudichate che sia a barattarla con la vostra, io sarò contento mutarla.


Io mi sto in villa, et poi che seguirno quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozarli tutti, 20 dì a Firenze. Ho infino a qui uccellato a’ tordi di mia mano. Levavomi innanzi dì, inpaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo el Geta quando e’ tornava dal porto con e libri d’Amphitrione; pigliavo el meno dua, el più sei tordi. Et così stetti tutto novembre; dipoi questo badalucco, ancora che dispettoso et strano, è mancato con mio dispiacere; et qual la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole et vommene in un mio boscho che io fo tagliare, dove sto dua hore a rivedere l’opere del giorno passato, et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co’ vicini. Et circa questo bosco io vi harei a dire mille belle cose che mi sono intervenute, et con Frosino da Panzana et con altri che voleano di queste legne. Et Fruosino in spetie mandò per certe cataste senza dirmi nulla, et al pagamento mi voleva rattenere 10 lire, che dice haveva havere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo; volevo accusare el vetturale, che vi era ito per esse, per ladro; tandem Giovanni Macchiavelli vi entrò di mezzo, et ci pose d’accordo. Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso del Bene et certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; et manda’ne una a Tommaso, la quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era lui, la moglie, le fante, e figliuoli, che paréno el Gabburra quando el giovedì con quelli suoi garzoni bastona un bue. Di modo che, veduto in chi era guadagno, ho detto agl’altri che io non ho più legne; et tutti ne hanno fatto capo grosso, et in spetie Batista, che connumera questa tra l’altre sciagure di Prato.
Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, et di quivi in un mio uccellare. Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo, Ovvidio et simili: leggo quelle loro amorose passioni et quelli loro amori, ricordomi de’ mia, godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada nell’hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose, et noto varii gusti et diverse fantasie d’huomini. Vienne in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa et paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugniaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a criccha, a trichetach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Cosa rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi transferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso, io ho notato quello di che per la loro conversatione ho fatto capitale, et composto uno opusculo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitationi di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spetie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. Et se vi piacque mai alcuno mio ghiribizo, questo non vi doverrebbe dispiacere; et a un principe, et maxime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indrizzo alla Magnificenza di Giuliano. Philippo Casavecchia l’ha visto; vi potrà ragguagliare in parte et della cosa in sé, et de’ ragionamenti ho hauto seco, anchor che tuttavolta io l’ingrasso et ripulisco.
Voi vorresti, magnifico ambasciadore, che io lasciassi questa vita et venissi a godere con voi la vostra. Io lo farò in ogni modo, ma quello che mi tenta hora è certe mia faccende che fra 6 settimane l’harò fatte. Quello che mi fa stare dubbio è che sono costì quelli Soderini, e quali io sarei forzato, venendo costì, vicitarli et parlar loro. Dubiterei che alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, et scavalcassi nel Bargiello, perché, ancora che questo stato habbi grandissimi fondamenti et gran securtà, tamen egli è nuovo, et per questo sospectoso, né ci manca de’ saccenti, che, per parere come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, et lascierebbono el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, et poi verrò infra el tempo detto a trovarvi a ogni modo.
Io ho ragionato con Filippo di questo mio opusculo, se gli era ben darlo o non lo dare; et, sendo ben darlo, se gli era bene che io lo portassi, o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva dubitare che da Giuliano e’ non fussi, non ch’altro, letto, et che questo Ardinghelli si facessi honore di questa ultima mia faticha. El darlo mi faceva la necessità che mi caccia, perché io mi logoro, et lungo tempo non posso star così che io non diventi per povertà contennendo, appresso al desiderio harei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi, io mi dorrei di me; et per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio all’arte dello stato, non gl’ho né dormiti né giuocati; et doverrebbe ciascheduno haver caro servirsi d’uno che alle spese d’altri fussi pieno di experienzia. Et della fede mia non si doverrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debbe potere mutare natura; et della fede et della bontà mia ne è testimonio la povertà mia.
Desidererei adunque che voi ancora mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia, et a voi mi raccomando. Sis felix.

Die X Decembris 1513.

Niccolò Machiavelli in Firenze

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