Stoviglie color nostalgia…

Ho visto il primo concerto di Guccini alla Palazzina Liberty di Milano nella primavera del 1975. L’ultimo il 10 dicembre 2010. Senza dubbio, e con mio grande conforto, la sua musica e i suoi scritti mi hanno accompagnato durante anni e avvenimenti.
Quando si parla di Guccini le chiavi di lettura sono molteplici, ma fra tante ne vorrei praticare una, forse insolita: ricercare le citazioni, in modo leggero quasi facendo un gioco.
Di questo, in un certo senso, parla Umberto Eco: «Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione: la sua è poesia dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio far rimare “amare” con “Schopenhauer”! Ma questi riferimenti si fanno accettare come cosa biologica perché si generano gli uni dagli altri, quasi per associazione di idee, o di rime. Ed è per questo che riesce difficile con Guccini isolare un’immagine e ridurlo a quella; perché sarebbe tradire appunto la sua filtratissima lutulenza (altra contraddizione, o ossimoro che dir si voglia) o, per continuare la tenzone retorica, la sua coltissima spontaneità».
Per fare questo mi sono avvalso di varie letture, interviste, e quant’altro utile allo scopo.
INCONTRO
Si comincia con Incontro, brano contenuto nell’album Radici pubblicato nel 1972, il primo ad avere un motivo ispiratore unitario, quello appunto delle “radici”.
Guccini parla di Incontro come segno di radici modenesi; e, come spesso accade nelle sue canzoni, l’approfondimento di alcuni temi esistenziali avviene attraverso l’incontro con persone. La canzone con le sue «immagini molto veloci, immagini cinematografiche», racchiude diversi significati che non saranno affrontati in questa sede.
Per tornare a noi notiamo che il testo contiene vari riferimenti.
Le stoviglie color nostalgia richiamano gli occhi fermi, l’iridi sincere azzurre d’un azzurro di stoviglia…, della Signorina Felicita di Gozzano, già presente nell’album L’isola non trovata del 1971.
Paolo Jachia, in Francesco Guccini – 40 anni di storie romanzi canzoni, suggerisce il verso «and the sun pours down like honey» di Suzanne, che diventa «la tristezza poi ci avvolse come miele», con tanto di sole che rosseggia la città. Sempre Jachia nei versi finali della canzone («E pensavo dondolato dal vagone “cara amica il tempo prende il tempo dà…/noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa…/restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento,/le luci nel buio di case intraviste da un treno») ritrova il Carducci di Davanti San Guido («Ansimando fuggìa la vaporiera/Mentr’io così piangeva entro il mio cuore»); o il Montale di un mottetto da Le Occasioni («Addii, fischi nel buio… sportelli abbassati… la fioca litania del tuo rapido…»).
Per concludere «siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno…» dice Guccini stesso «viene direttamente da una frase Husserl».
Per ora finiamo qui, con un video della canzone del 1973; naturalmente sono ben accette integrazioni, osservazioni e critiche.

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