Astarotte, Farferello e le mie Pulci

La battaglia di Roncisvalle

 

[…]

E’ si sentiva in terra e in aria zuffa,
perché Astarotte, non ti dico come,
e Farferello ognun l’anime ciuffa:
e’ n’avean sempre un mazzo per le chiome,
e facean pur la più strana baruffa,
e spesso fu d’alcun sentito il nome:
– Lascia a me il tale: a Belzebù lo porto. –
L’altro diceva: – È Marsilio ancor morto?

[…]

Credo ch’egli era più bello a vedere
certo gli abissi, il dì, che Runcisvalle:
ch’e’ saracin cadevon come pere,
e Squarciaferro gli portava a balle;
tanto che tutte l’infernal bufere
occupan questi, ogni roccia, ogni calle
e le bolge e gli spaldi e le meschite,
e tutta in festa è la città di Dite.

Lucifero avea aperte tante bocche
che pareva quel giorno i corbacchini
alla imbeccata, e trangugiava a ciocche
l’anime, che piovean, de’ saracini,
che par che neve monachina fiocche
come cade la manna a’ pesciolini:
non domandar se raccoglieva i bioccoli,
e se ne fece gozzi d’anitroccoli!

E’ si faceva tante chiarentane,
che ciò ch’io dico è, disopra, una zacchera,
(e non dura la festa mademane,
crai e poscrai e poscrigno e posquacchera,
come spesso alla vigna le Romane);
e chi sonava tamburo, e chi nacchera,
baldosa e cicutrenna e zufoletti,
e tutti affusolati gli scambietti.

[…]

Questa selezione di ottave proviene dal penultimo canto del Morgante di Luigi Pulci (1432-1484). Una rivisitazione della Chanson de Roland proposta in tono comico-grottesco-tragico.
Il gusto iperbolico, l’eccesso voluto, l’utilizzo di termini dialettali e inventati, per raggiungere quell’effetto fantasmagorico che colpisca il pubblico. Testimonianza di una poetica dell’autore avversa ai canoni classicisti della regolarità e dell’armonia. Qui si può leggere l’intero canto commentato.

***

Il fatto è che quando leggo di qualsiasi argomento ho come un’attenzione secondaria che cerca collegamenti con qualcosa di personale, in qualche modo legato alle mie esperienze.
Ciò che mi ha colpito in queste ottave sono le parole  craiposcraiposcrigno.
Io sono nato a Milano, mi sento milanese e a modo mio amo questa città contrastata.
Ma ho un legame anche con il meridione perché avendo la mamma di Gallipoli, laggiù nel lontano Salento, da bambino mi toccava essere spedito dalla nonna come un pacco postale appena finita la scuola ed essere recuperato appena prima dell’inizio del nuovo anno scolastico. La fotografia è fatta dalla casa della nonna e si scorge la città vecchia.
Dei tanti mesi estivi passati colà mi rimaneva una pelle piuttosto scura e una notevole conoscenza dello slang locale.
E allora il Pulci mi ha fatto ricordare che nel dialetto di Gallipoli domani si dice crai, dopodomani si dice buscrai e il giorno dopo dopodomani buscriddi. Buscriddi, o poscrigno come scrive il Pulci, trovo che sia una sintesi meravigliosa. Non mi pare che esista un termine equivalente nella lingua italiana e nemmeno nel dialetto milanese. Credo esista in altri dialetti meridionali.

Vorrà pur dire qualcosa!

***

La canzone su Roland è di Roberto Vecchioni:

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5 Responses to Astarotte, Farferello e le mie Pulci

  1. laulilla ha detto:

    In latino domani si dice cras, termine da cui derivano sia le forme meridionali, sia quella toscana del Pulci. Nella lingua italiana cras, che non ha equivalenti, con quel significato, è tuttavia all’origine del verbo procrastinare, col significato di rinviare. Secondo il dizionario etimologico Italiano deriva da pro (avanti) e crastinus, aggettivo di cras (domani) e ha il significato originario di rimandare al domani.
    In senso ampio è diventato genericamente rinviare.
    Sarebbe interessante sapere, io non lo so, se poscrai, che deriva da post cras, e buscrai hanno la stessa origine, perché bus potrebbe venire da una corruzione di post, ma anche di bis. Francamente non conosco il modo della trasformazione nel dialetto meridionale di Gallipoli del termine post. Interessante questo tuo articolo, grazie!
    Buona notte.

  2. Giulia ha detto:

    Incredibile, anch’io sono in “fase Vecchioni”!
    Avevo concluso il mio primo post sul mito di Orfeo, da Virgilio e Ovidio fino a Pavese, proprio con la sua bellissima Euridice. Incredibile come l’antico continui a fornire nuova linfa e nuova ispirazione a chi lo sa far rivivere.

    • giuseppeb ha detto:

      Ero indeciso tra De Andrè e Vecchioni e alla fine ho scelto il secondo perché mi sembrava più affine al Pulci.
      Ho apprezzato “La leggenda di Olaf” nel tuo post su amore e potere.
      L’antico torna sempre a sorprenderci.

  3. adimer passing ha detto:

    Mi piace tanto quello che hai scrito.
    E anche i commenti. Tanto.
    Inoltre, guardando la foto di Gallipoli, mi pongo alcuni questiti.
    Uno: meglio il sogno di una barca o un tram certo…?
    Ciao.
    A.

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