Tutto nel mondo è burla

Falstaff

Siamo nel 1893.
L’anno della sollevazione dei “fasci siciliani” che secondo Antonio Labriola sono la prima manifestazione di “classe” dei proletari italiani.
L’anno del secondo congresso del partito socialista italiano, un socialismo venato di positivismo.
L’anno dello scandalo della banca romana, anticipatore di un costume particolarmente amato anche ai giorni nostri.

Ma siamo anche nell’anno dell’ottantesimo compleanno di Giuseppe Verdi e della prima rappresentazione della sua ultima opera: Falstaff!
Il suo congedo dall’opera, la sua risata final.
L’ascolto e la scoperta di Falstaff, ma anche di Otello che è del 1887, per me abituato al giovane Verdi è stato sconvolgente.
Falstaff è opera che pesca nella tradizione, il finale è una fuga, e si proietta nel futuro.
Per Massimo Mila l’ultimo Verdi dimostra di aver conquistato “quella musica strumentale tedesca da lui tanto tenacemente osteggiata come antagonista della tradizione italiana” e di averla elaborata anticipando temi e aspetti della musica contemporanea.
Ho sempre pensato che Verdi patisse la presenza ingombrante del novatore Wagner con un senso di inferiorità, come quando si guarda qualcosa di obsoleto di fronte a una grande novità.
Dopo la morte nel 1883 dell’autore di Lohengrin, il nostro si è preso qualche anno di riflessione e con Otello e Falstaff, secondo me, si è sentito liberato da tale peso.

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.

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2 Responses to Tutto nel mondo è burla

  1. Giulia ha detto:

    Grandissimo Verdi, sempre attento al mondo che lo circondava e capace di far evolvere la sua musica man mano che il tempo passava!
    Non credo che abbia mai sofferto di “complessi di inferiorità” nei confronti di Wagner: la mia impressione è che ci fosse tra i due, al di là di una certa diffidenza (quando mai non ci sono piccole invidie tra artisti di successo?), una stima reciproca, ma inconfessabile e inconfessata. Del resto, il genio riconosce il genio, pur vedendolo esplorare strade diverse dalla propria.
    Io trovo il primo Wagner piuttosto “verdiano” (non è mistero il suo grande amore per l’Italia e il belcanto, da cui si è lasciato ispirare, pur trovando un suo stile particolarissimo) e l’ultimo Verdi decisamente “wagneriano”: ma ha appunto atteso la morte di Wagner prima di decidersi ad accogliere nel proprio stile (e a trasfigurare secondo la propria personalità, come sanno fare i grandi) le sue innovazioni.
    Purtroppo, il problema è che, allora come oggi, le contrapposizioni “vendono”, per la gioia dei fan e degli impresari. Così quella che è la normale differenza tra due artisti con sensibilità diverse, stili diversi, origini diverse, caratteri diversi diventa una (sciocca) battaglia gonfiata ad arte per accendere le tifoserie: Verdi contro Wagner, italianità contro germanità, tradizione contro rivoluzione. Dimenticando che tra i due ci sono anche somiglianze e che entrambi racchiudono in sè un mondo di sfumature e di sfaccettature.

  2. giuseppeb ha detto:

    Non posso che concordare con te!
    La mia scherzosa polemica antiwagneriana è solo uno svago che porto avanti con un mio appassionato amico.

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