23 gennaio 1973

Compagno Franceschi sarai vendicato
dalla giustizia del proletariato
nel cuore nel canto di chi lotterà
il Compagno Franceschi vivrà

Strofa di una canzone che veniva cantata nei cortei studenteschi degli anni ’70.

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Il 23 gennaio 1973 all’incrocio davanti all’università Bocconi di Milano in seguito a scontri fra studenti e la polizia vengono esplosi alcuni colpi di pistola dalle forze dell’ordine.
Lo studente Roberto Franceschi viene colpito e morirà dopo pochi giorni.
Come dice il manifesto riportato di seguito gli studenti milanesi incaricano alcuni artisti perché venga preparato un monumento che ricordi Franceschi e tutti i caduti delle lotte popolari dopo il 1945.
Il monumento viene posato il 16 aprile del 1977 davanti all’università, nel luogo degli scontri.

Mi colpisce rileggerlo ora perché nel manifesto ci sono concetti, termini e accenti che sembrano di un’altra epoca.
Che fine ha fatto la “classe operaia”?

UN MONUMENTO A ROBERTO FRANCESCHI E A TUTTI I CADUTI DELLE LOTTE POPOLARI DAL ’45 AD OGGI

Dal 1945 ad oggi sono stati uccisi in Italia più di 170 proletari durante manifestazioni politiche e sindacali. La Resistenza contro il fascismo e le forze politiche ed economiche che lo sostengono non è finita.
I compagni caduti nei momenti di lotta dal ’45 ad oggi devono essere ricordati come nuovi partigiani.

Gli studenti di Milano hanno chiesto ad un gruppo di artisti di affermare questi valori sociali, realizzando un monumento al loro compagno, Roberto Franceschi, ucciso dalla polizia davanti all’Università Bocconi, il 23 gennaio 1973, durante una manifestazione per ottenere l’uso di un’aula per un assemblea unitaria di operai e studenti.
Il comitato degli artisti nel corso di due anni di lavoro, sviluppa il dibattito politico con assemblee e mostre in cui vengono esaminate diverse decine di progetti.
Giunge alla votazione unanime della seguente linea politica e progettuale: Franceschi – e tutti i compagni caduti – sono morti in difesa dei valori della classe operaia, per la libertà, la democrazia, la giustizia sociale e in sostanza per affermare che i mezzi di produzione sono gli strumenti del lavoro umano e devono appartenere a chi li usa.
Quindi, un simbolo degli strumenti di lavoro espropriati, sia negli aspetti positivi che negativi, è particolarmente significante per ricordare – in modo continuativo ed effettivo – le ragioni di questi momenti di lotta fuori dai temi usuali di tipo celebrativo.

Questo simbolo viene realizzato senza compromissioni con le forze politiche ed economiche che sono le vere responsabili di queste morti.
Questo simbolo viene realizzato da parte degli artisti con un lavoro di analisi e verifica collettiva che è garante della qualità complessiva dei contenuti politici e dalla loro forma.
L’oggetto concreto, scelto tra quelli più rappresentativi del lavoro, un maglio di sette metri di altezza e del peso di cinquanta tonnellate, sarà collocato davanti all’Università Bocconi, nel corso di una manifestazione di massa.

Il grande oggetto scelto accuratamente in funzione della sua pregnanza formale sara’ disposto in funzione dell’immagine complessiva: contrasto violento e inusuale fra l’oggetto concreto – simbolo del lavoro, oggi alienato – e l’edificio dell’Università – simbolo della cultura, oggi separata -.

Il monumento recherà la seguente scritta:
A ROBERTO FRANCESCHI E A TUTTI COLORO CHE NELLA NUOVA RESISTENZA DAL ’45 AD OGGI CADDERO NELLA LOTTA PER AFFERMARE CHE I MEZZI Dl PRODUZIONE DEVONO APPARTENERE AL PROLETARIATO.

Si lancia un appello alla classe operaia perché essa sia protagonista di questa iniziativa che testimonia la sua presenza e la volontà di continuare la lotta dei suoi caduti.
Si chiede agli studenti, agli intellettuali e a tutti i democratici di contribuire politicamente all’iniziativa e di sostenerla.
23.1.1976

Gli artisti del comitato promotore

Alik Cavaliere, Paolo Gallerani, Enzo Mari, Lino Marzulli, Fabrizio Merisi, Pino Spagnuolo; Mauro Staccioli, Tino Valeri (gruppo di coordinamento);
Giorgio Albertini, Gabriele Amadori, Vittorio Basaglia, Agostino Bonalumi, Gustavo Bonora, Davide Boriani, Giovanni Canu, Eugenio Carmi, Nicola Carrino, Enrico Castellani, Mino Ceretti, Nino Crociani, Fernando De Filippi, Salvatore Esposito, Attilio Forgioli, Giansisto Gasparini, Alberto Ghinzani, Maurizio Giannotti, Umberto Mariani, Franco Mazzucchelli, Giuseppe Migneco, Vitale Petrus, Dimitri Piescan, Arnaldo Pomodoro, Giovanni Rubino, Emilio Scanavino, Paolo Schiavocampo, Francesco Somaini, Pippo Spinoccia, Alberto Trazzi, Luigi Volpi

con questo manifesto si apre la campagna di adesione e sottoscrizione per la realizzazione del progetto entro il 23 gennaio 1977

hanno già aderito:

GIUSEPPE ALBERGANTI
GIULIO CARLO ARGAN
ARIALDO BANFI
LELIO BASSO
GIUSEPPE BRANCA
GIORGIO BENVENUTO
RICCARDO LOMBARDI
FERRUCCIO PARRI
SANDRO PERTINI
GIOVANNI PESCE
GUIDO QUAZZA
UMBERTO TERRACINI
DAVIDE M. TUROLDO
collettivo unitario degli studenti dell’Università L. Bocconi
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3 Responses to 23 gennaio 1973

  1. laulilla ha detto:

    Caro Giuseppe, quel linguaggio e quelle immagini sono veramente di un’altra epoca: fra le parole di quarant’anni e oggi si interpongono fatti ed eventi epocali che spiegano una distanza quasi sideraleI fatti più importanti mi sembrano:
    1) la stagione del terrorismo brigatista, che ha imposto la presa di distanza nettissima, da parte dei rappresentanti politici e sindacali della classe operaia;
    2) la caduta del muro di Berlino e la sconfitta degli ideali che in qualche modo avevano tenuto viva l’illusione della possibilità di costruire una società senza capitalismo.
    Trascuro altri eventi che, pure, ci hanno segnati (la marcia dei quarantamila a Torino, l’imporsi della TV ecc)
    Uscirne ammaccati, mi pare il minimo che potesse capitare. Dipende dal vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno se pensiamo di esserne fuori avendo limitato i danni, o no. Tu che ne dici?

    • giuseppeb ha detto:

      Cara Lilli, non è facile risponderti senza scrivere un trattato. Posso dirti che più che ammaccato mi sento annichilito, irrimediabilmente sconfitto. Credo che il denaro, o potere, o capitalismo, chiamiamolo come vogliamo, abbia negli ultimi anni portato avanti una lotta di classe senza precedenti facendo arretrare i diritti sostanziali. E quanto più sulla carta, nelle leggi, si affermano principi, tanto più nella sostanza si negano.
      Dopo avere tolto il lavoro hanno nascosto anche il “nemico”.
      Le 85 persone che secondo il rapporto Oxfam detengono la ricchezza di metà del pianeta sono brave persone e fanno anche beneficenza. Ma la loro ricchezza è la condizione della dilagante povertà.
      Da noi poi le cose sono aggravate da una classe di politici disperata e disperante.
      Mi auguro sempre una reazione dei giovani ma prima dovrebbero buttare gli smartphone e maturare una qualche cultura dell’impegno. Ma come? Che fare (diceva qualcuno)?
      Non so se mi sono spiegato ma è veramente difficile.
      Giuseppe

      • laulilla ha detto:

        Caro Giuseppe, come non darti ragione? La sconfitta è innegabile ed era già nell’aria nell’ 89 per le ragioni che ho scritto. Detto questo e confessandoti che il mio disagio non è inferiore al tuo, e anche sottoscrivendo parola per parola tutto ciò che tu dici circa le nefandezze di una vera e propria guerra di classe, mi chiedo se siamo giunti al fondo di questo calice amarissimo, o no. Se siamo alla fine e se potremo rialzare la testa, forse potremo consolarci dicendo che avrebbe potuto andare molto peggio. Nessuno può saperlo, però: certo saranno decisive le reazioni dei più giovani. Il problema è planetario, ma l’Italia è messa molto male male! Che fare? Il fatto è che non si vede l’attualità di chi un tempo se l’era chiesto, ahimé!

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