Pantadattilo

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
il veliero che scivola sugli amari abissi.

E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!

Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

LAlbatros da i Fleurs du mal di Charles Baudelaire (1821-1867)

Pantani

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono dieci anni.
Il 14 febbraio 2004 se ne andava Marco Pantani.
Irripetibile acrobata della bicicletta. Irripetibile come lo sono gli artisti e lui è stato l’ultimo e l’unico artista della bicicletta degli ultimi 20 anni perché anche la figura del rivale Armstrong, non per niente soprannominato Robocop, richiamava più la costruzione dell’atleta in un laboratorio piuttosto che l’estro del genio.
Alla luce di quanto scoperto successivamente, della diffusione a tappeto del doping, le recenti e clamorose ammissioni proprio di Armstrong e le ambiguità dei vertici internazionali del ciclismo, la sua vicenda assume i caratteri dell’assurdo.
Tra “giustizialisti” e “innocentisti” una delle poche voci, se non l’unica, che aveva dimostrato di comprendere la vicenda Pantani anche dal punto di vista umano è stata quella del giornalista Gianni Mura. Memorabile il suo articolo pubblicato da Repubblica il 15 febbraio 2004 in cui parla di Pantani come di un estinto animale preistorico, un pantadattilo appunto.
Ecco l’articolo di Gianni Mura:

Pantani trovato morto in un residence
Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ‘ 99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell’ ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all’ opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti. E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna. Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un primattore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l’ equivalente dell’ acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all’inizio sembrava quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro, ma più la salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una specie di campana a morto per chi doveva inseguire e non ce la faceva assolutamente a tenere quel ritmo. Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia». Ecco, pensando a questa frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata qualcosa meno di cinque anni. Però è stata un’ agonia. Pantani è stato troppo grande in bicicletta per accettare di essere piccolo, peggio di essere rimpicciolito per legge, di essere uno come tanti. Non era questa la vocazione, non era questo il suo destino. La sua vocazione era quella di svegliare le montagne, di essere paragonato a un fossile, Pantadattilo l’ avevo battezzato un giorno, perché mi dava l’ impressione di un animale preistorico, una specie di Godzilla su due ruote, qualcosa che rompe l’ asfalto delle strade nuove, le regole del nuovo ciclismo (che l’ hanno portato dove l’ hanno portato, per inciso) e riporta ai tempi eroici, a quelli di Binda, o più ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, che somigliava nel fisico, nella pelata a Pantani. E questa pedalata di Pantani era un linguaggio universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in fatto di ciclismo e non solo, l’ avevano adottato. Saltavano sui tornanti del Galibier o del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri. Pantani era uno spettacolo, e chi l’ ha visto, in quegli anni, soprattutto nel magico ’98, l’ accoppiata Giro-Tour, non se lo può dimenticare. Era un corridore diverso dagli altri, come uno che vuole essere diverso. Anche questo soprannome di Pirata, che s’ era scelto, quel cranio rasato a zero anche quando il sole dei Pirenei avrebbe raccomandato prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava dire. Ma i nonni venivano da Sarsina, un paese dell’ Appennino romagnolo dove ancora ci sono le processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si mette il collare di San Vicinio. Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non aveva maschere. Aveva solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po’ liquidi, le orecchie larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi. A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi confronti, e forse un po’ aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso, nell’ acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte, è l’ ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l’inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva delle cosiddette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all’ ultimo Giro d’ Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui. Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all’ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come l’albatro di Baudelaire. Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pellissier steso a revolverate dall’ amante, Poitier impiccato nel garage per una delusione d’ amore, Robic ridotto a fare l’ uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocana che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve de Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l’unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un’influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del ’98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue. Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male. Non così presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell’ ultima scena, che non era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di San Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com’ è, e nemmeno la vita che questo comporta. Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.
GIANNI MURA 15 febbraio 2004

***

Gianni Mura è ritornato in questi giorni a scrivere di Pantani, in occasione dei dieci anni, con gli stessi accenti e lo stesso affetto.
Qui si può leggere l’articolo.

Mi piace seguire il ciclismo e anche se il doping è molto diffuso, anzi proprio perché il doping è comunque molto diffuso, preferirei un apertura controllata agli aiuti della medicina nello sport al falso e ipocrita proibizionismo dei vertici nazionali e internazionali non solo del ciclismo, ma dello sport in generale.

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4 Responses to Pantadattilo

  1. Quanta tristezza .. e quanta nostalgia. Per me era, è e sarà sempre un grande..

  2. laulilla ha detto:

    Hai fatto bene,Giuseppe a ricordarlo con le parole di Gianni Mura!
    Perfette e accorate. Ciao!

  3. Trutzy ha detto:

    Ciao, ti ho premiato ora dovresti fare altrettanto individuando 10 blogger.
    Vai su questo link e troverai tutte le indicazioni http://ilblogdellafelicita.com/2014/02/16/mi-hanno-dato-il-premio-liebster-award-e-sono-molto-felice/

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