In memoria (1916)

13 gennaio 2015

Fotografia di Adimer Passing

Fotografia di Adimer Passing


In memoria

Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perché non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome

Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

L’ho accompagnato
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito vicolo in discesa.

Riposa
nel camposanto d’Ivry
sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera

E forse io solo
so ancora
che visse

In memoria di Giuseppe Ungaretti

***
Le conversazioni con l’amico Allan mi arricchiscono sempre. Ci confrontiamo su molti argomenti e le sue intuizioni spesso mi illuminano.

Parlando ancora dei fatti di Parigi abbiamo commentato il controverso articolo di Piero Ostellino (qui) sul buonismo errato della sinistra, sul nostro illuminismo e sull’essere medievale dell’islamismo, senza che si capisca quali soluzioni proponga, e mi ha citato la poesia In memoria di Giuseppe Ungaretti che non ricordavo e che secondo me si adatta alla situazione di molte persone strappate ai luoghi originari e spiega con malinconica efficacia il senso di un’esistenza alienata da cui possono scaturire comportamenti impensabili.
E ha terminato con una domanda: perché Marcel era a Parigi?

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Il carretto passava e quell’uomo gridava….

1 settembre 2014

Renzi e il carretto

Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati
Al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti…

da I giardini di marzo di Lucio Battisti

Questo è il meglio che abbiamo……


Malgré moi…

23 maggio 2014

…Viva!… Giovanotto, non abbia paura, venga… Lei… si vede… istruito… Stia attento, il terreno… ssvvtt!… Mi capisce? Guardi, guardi quello lì… Era DC. Socialista. Viva!… Mi capisce?
E mia madre, la mamma, una santa… azione cattolica… destra della DC, nel dopoguerra… Ha votato PCI. E allora uno dice: come è cambiata la mamma!… Che dialettica…
No, lei è rimasta uguale, tale e quale. Sono i partiti che… ssvvtt!… slitten… slittano! Viva!…
E se i partiti slittano, da vecchio uno si trova ad essere più rivoluzionario… nominalmente.
Io ci ho un figlio… extraparlamentare. Non beve, gente seria, che non scazza. Ecco, se rimanesse lì… DP… quella roba lì… tra tre o quattro anni … partito di centro!… ssvvtt!… Capito lo scivolo?
Bisognerebbe saltare sempre, come la lepre… E chi ce la fa?
Perché vede, uno si mette qui, in una fatta… sarebbe la buca della lepre… Ecco, io sono qui, a sinistra. Quell’altro… lì… un’altra buca, più a destra. Giusto, è il suo posto, ci si trova bene. Dopo, i partiti… ssvvtt!… Tutti nella stessa buca. Un troiano. Viva!
Esci dalla buca, se ti riesce… vai più a sinistra, più a sinistra che puoi… il paese si sposta tutto a sinistra: un governo di sinistra!
Dunque: Andreotti, Moro, Rumor… questo lo metto qui… Fanfani qui… Donat-Cattin… Troppo?… Ecco, Colombo… Così, va bene così.
Blululum! Crolla di nuovo. Bisogna cambiare.
Allora: Andreotti lo sposto e lo metto qui… Moro, qui… no, qui c’era già prima… meglio qui… Gui… Gui lo butto via… Moro, Rumor… Mi avanza un Fanfani… Allora sposto Piccoli… con un po’ di pazienza…
È calcolato che con gli stessi omini spostati giusti si possono fare tremilasettecentoquarantadue combinazioni!
Viva!
Dallo spettacolo di Giorgio Gaber Libertà obbligatoria 1976 (audio)

Particolare di Le Penseur - Auguste Rodin (1840-1917)

Particolare di Le Penseur – Auguste Rodin (1840-1917)


Non ne vengo a capo.
Ho assistito a una campagna elettorale senza il respiro delle idee, senza cogliere progetti capaci di guardare oltre l’immediato, senza un disegno progressista (ma progressista è ancora una categoria della politica?).
Ho un bel da fare a spremere i miei pensieri.
Mi tocca rassegnarmi al voto utile. Ancora una volta.

Speriamo bene…


23 gennaio 1973

23 gennaio 2014

Compagno Franceschi sarai vendicato
dalla giustizia del proletariato
nel cuore nel canto di chi lotterà
il Compagno Franceschi vivrà

Strofa di una canzone che veniva cantata nei cortei studenteschi degli anni ’70.

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Il 23 gennaio 1973 all’incrocio davanti all’università Bocconi di Milano in seguito a scontri fra studenti e la polizia vengono esplosi alcuni colpi di pistola dalle forze dell’ordine.
Lo studente Roberto Franceschi viene colpito e morirà dopo pochi giorni.
Come dice il manifesto riportato di seguito gli studenti milanesi incaricano alcuni artisti perché venga preparato un monumento che ricordi Franceschi e tutti i caduti delle lotte popolari dopo il 1945.
Il monumento viene posato il 16 aprile del 1977 davanti all’università, nel luogo degli scontri.

Mi colpisce rileggerlo ora perché nel manifesto ci sono concetti, termini e accenti che sembrano di un’altra epoca.
Che fine ha fatto la “classe operaia”?

UN MONUMENTO A ROBERTO FRANCESCHI E A TUTTI I CADUTI DELLE LOTTE POPOLARI DAL ’45 AD OGGI

Dal 1945 ad oggi sono stati uccisi in Italia più di 170 proletari durante manifestazioni politiche e sindacali. La Resistenza contro il fascismo e le forze politiche ed economiche che lo sostengono non è finita.
I compagni caduti nei momenti di lotta dal ’45 ad oggi devono essere ricordati come nuovi partigiani.

Gli studenti di Milano hanno chiesto ad un gruppo di artisti di affermare questi valori sociali, realizzando un monumento al loro compagno, Roberto Franceschi, ucciso dalla polizia davanti all’Università Bocconi, il 23 gennaio 1973, durante una manifestazione per ottenere l’uso di un’aula per un assemblea unitaria di operai e studenti.
Il comitato degli artisti nel corso di due anni di lavoro, sviluppa il dibattito politico con assemblee e mostre in cui vengono esaminate diverse decine di progetti.
Giunge alla votazione unanime della seguente linea politica e progettuale: Franceschi – e tutti i compagni caduti – sono morti in difesa dei valori della classe operaia, per la libertà, la democrazia, la giustizia sociale e in sostanza per affermare che i mezzi di produzione sono gli strumenti del lavoro umano e devono appartenere a chi li usa.
Quindi, un simbolo degli strumenti di lavoro espropriati, sia negli aspetti positivi che negativi, è particolarmente significante per ricordare – in modo continuativo ed effettivo – le ragioni di questi momenti di lotta fuori dai temi usuali di tipo celebrativo.

Questo simbolo viene realizzato senza compromissioni con le forze politiche ed economiche che sono le vere responsabili di queste morti.
Questo simbolo viene realizzato da parte degli artisti con un lavoro di analisi e verifica collettiva che è garante della qualità complessiva dei contenuti politici e dalla loro forma.
L’oggetto concreto, scelto tra quelli più rappresentativi del lavoro, un maglio di sette metri di altezza e del peso di cinquanta tonnellate, sarà collocato davanti all’Università Bocconi, nel corso di una manifestazione di massa.

Il grande oggetto scelto accuratamente in funzione della sua pregnanza formale sara’ disposto in funzione dell’immagine complessiva: contrasto violento e inusuale fra l’oggetto concreto – simbolo del lavoro, oggi alienato – e l’edificio dell’Università – simbolo della cultura, oggi separata -.

Il monumento recherà la seguente scritta:
A ROBERTO FRANCESCHI E A TUTTI COLORO CHE NELLA NUOVA RESISTENZA DAL ’45 AD OGGI CADDERO NELLA LOTTA PER AFFERMARE CHE I MEZZI Dl PRODUZIONE DEVONO APPARTENERE AL PROLETARIATO.

Si lancia un appello alla classe operaia perché essa sia protagonista di questa iniziativa che testimonia la sua presenza e la volontà di continuare la lotta dei suoi caduti.
Si chiede agli studenti, agli intellettuali e a tutti i democratici di contribuire politicamente all’iniziativa e di sostenerla.
23.1.1976

Gli artisti del comitato promotore

Alik Cavaliere, Paolo Gallerani, Enzo Mari, Lino Marzulli, Fabrizio Merisi, Pino Spagnuolo; Mauro Staccioli, Tino Valeri (gruppo di coordinamento);
Giorgio Albertini, Gabriele Amadori, Vittorio Basaglia, Agostino Bonalumi, Gustavo Bonora, Davide Boriani, Giovanni Canu, Eugenio Carmi, Nicola Carrino, Enrico Castellani, Mino Ceretti, Nino Crociani, Fernando De Filippi, Salvatore Esposito, Attilio Forgioli, Giansisto Gasparini, Alberto Ghinzani, Maurizio Giannotti, Umberto Mariani, Franco Mazzucchelli, Giuseppe Migneco, Vitale Petrus, Dimitri Piescan, Arnaldo Pomodoro, Giovanni Rubino, Emilio Scanavino, Paolo Schiavocampo, Francesco Somaini, Pippo Spinoccia, Alberto Trazzi, Luigi Volpi

con questo manifesto si apre la campagna di adesione e sottoscrizione per la realizzazione del progetto entro il 23 gennaio 1977

hanno già aderito:

GIUSEPPE ALBERGANTI
GIULIO CARLO ARGAN
ARIALDO BANFI
LELIO BASSO
GIUSEPPE BRANCA
GIORGIO BENVENUTO
RICCARDO LOMBARDI
FERRUCCIO PARRI
SANDRO PERTINI
GIOVANNI PESCE
GUIDO QUAZZA
UMBERTO TERRACINI
DAVIDE M. TUROLDO
collettivo unitario degli studenti dell’Università L. Bocconi
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L’utopia di mister B.

3 gennaio 2014

L'Utopia di B1

Purtroppo con il passare del tempo alcuni episodi perdono nella mia memoria la loro nitidezza. Lo dico perché ho comprato il libro Patria di Enrico Deaglio che passa in rassegna gli anni dal 1978 al 2010 attraverso gli avvenimenti più o meno importanti di ogni anno, e che mi si è casualmente aperto su un episodio che avevo proprio accantonato.

Siamo nell’estate del 1986 e su Canale 5 viene trasmessa un’intervista:

Intervistatrice: “Lei è un grande studioso di classici”
Il cavaliere: “Ma no, non dica così”
Intervistatrice: “Si, invece, non faccia il modesto. Lei, dottore, ha appena pubblicato un’edizione pregiata dell’Utopia di Tommaso Moro, con una bellissima prefazione e una perfetta traduzione dal latino…”
Il cavaliere: “Be’, in effetti il latino non lo conosciamo tutti, bisogna tradurlo…”
Luigi Firpo, 71 anni, studioso della storia rinascimentale, monumento di erudizione, cattedra di Storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, è in vacanza e sta facendo zapping. Quando l’intervistatrice legge alcune righe della prefazione di Berlusconi, l’anziano professore la riconosce immediatamente come sua, appena data alle stampe per l’editore Guida di Napoli.
Riesce ad avere una copia edita dalla Silvio Berlusconi Communication e osserva che Berlusconi ha copiato interi brani della prefazione e della traduzione in latino. Scrive a Berlusconi intimandogli di ritirare tutte le copie. Berlusconi telefona scusandosi e accusando una segretaria disattenta.
Il vecchio professore minaccia di portarlo in tribunale. Berlusconi cerca di blandirlo, gli telefona un giorno si e uno no, per sei mesi, raccontandogli barzellette. Lo invita a Canale 5 per parlare del papa. Berlusconi è dietro le quinte con una busta di denaro “per il suo disturbo e per l’onore che ci fa”, che il professore sdegnosamente rifiuta. Berlusconi continua: per Natale gli regala una valigetta 24ore in pelle di coccodrillo con le cifre LF in oro, un enorme mazzo di orchidee e un biglietto: “Per carità non mi rovini”.

L'Utopia di B2
Firpo manda tutto indietro con un biglietto: “Preferisco la mia vecchia borsa sdrucita.”
(Le parti in corsivo sono tratte dal libro a pag. 222; le immagini sono tratte dal web)

***

Ho fatto qualche ricerca e ho trovato un’articolo di Marco Travaglio su Repubblica del 23 marzo 2006 che spiega ancora meglio come sono andate le cose.
Qui si può leggere l’articolo.

Che altro c’è da dire. In questo episodio si può riconoscere almeno una parte della filosofia che ispira questo individuo che ci ha governato per gran parte degli ultimi 20 anni.
E che l’abbaglio che ha colpito gran parte del popolo italiano ha invece origine circa 30 anni fa, quando cioè attraverso le sue televisioni ha intorpidito e ottenebrato i sensi e la ragione di troppe persone.


Mo vene Natale…

24 dicembre 2013

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Mo vene Natale
nun tengo denare
me leggio ‘o giurnale
e me vaco a cuccà.

Dalla canzone Mo vene Natale di Renato Carosone


Di preoccupazioni e delusioni

16 dicembre 2013
Fotografia Corriere della Sera

Fotografia Corriere della Sera

Io e il mio amico Allan Slowal condividiamo molti pensieri.
Parliamo spesso di aspetti della vita individuale e sociale che non ci convincono, ci preoccupano e spesso ci fanno concludere che il nostro paese non se la può cavare.
Ultimamente Allan mi ha parlato più volte di un programma televisivo a premi trasmesso sul primo canale RAI in cui uno dei giochi è collocare nell’anno giusto, su quattro date indicate, un determinato fatto storico. Mi ha riferito episodi ai quali faticavo a credere.

Io non pratico quel programma e in generale i programmi che mi possono interessare li guardo quando ho tempo preferibilmente dal computer; ma qualche giorno fa di quel programma ne hanno parlato i giornali a proposito di una domanda su Hitler e delle relative risposte come si può vedere nel video qui di seguito:

Noi siamo figli della nostra storia, e se non conosciamo la nostra storia non possiamo sapere chi siamo e dove andiamo.
Diventiamo pedine facilmente manovrabili. Anche da qualsiasi Forcone.
Non è il questo il luogo dove fare in poche righe discorsi per cercare di capire a chi giovi l’ignoranza generale; ma io rimango esterrefatto se penso che quei ragazzi giovani, ma non giovanissimi, possano aver completato il ciclo di studi delle scuole superiori.
Con quali esiti e per diventare cosa, mi domando?
Se va bene, se trovano lavoro, diventano degli inconsapevoli tecnocrati, semplici esecutori.
Secondo il mio parere questa è un’altra e diversa forma di impoverimento.
Ciò che conta, dalla ricchezza materiale a quella spirituale, è saldamente nelle mani di una ristretta classe.

***

Oggi ho vissuto anche una cocente delusione.
Dalle ore 9 di questa mattina si potevano prenotare online i posti per il Trovatore di Giuseppe Verdi in scena al Teatro alla Scala da metà febbraio.
Pur avendo fatto tutto quanto necessario per aggiudicarmi due posti accessibili alle mie possibilità si sono verificati strani errori di procedure che imponevano di ricominciare la procedura e in men che non si dica sono svaniti subito, quasi magicamente, senza possibilità per me di prenotare i due posti anelati, che sono anche quelli molto in alto e molto scomodi.
Qualcosa non mi convince. Un fallimento che “tutte le fibre m’arse avvampò”, e che ho dovuto sedare con l’ascolto ripetuto della famosa di quella pira cantata dal grande Luciano.

Di quella pira l’orrendo foco
tutte le fibre m’arse, avvampò!
Empi, spegnetela, o ch’io fra poco
col sangue vostro la spegnerò!

Era già figlio prima d’amarti,
non può frenarmi il tuo martir…
Madre infelice, corro a salvarti,
o teco almen corro a morir!
o teco almen corro a morir!
o teco almen corro a morir!