Giganti e nani

18 novembre 2015

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes.
(Diceva Bernardo di Chartre che siamo nani sulle spalle di giganti)
da il Metalogicon, Giovanni di Salisbury (1120- 1180)

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Nicolas Poussin (1594–1665)

Sono da tempo alle prese con una fastidiosa controversia familiare con un lontano consanguineo che in alcuni momenti disturba il normale scorrere dei pochi pensieri della mia mente. Ciò che più mi irrita è di sorprendermi, mio malgrado, a pensare come districarmi dalla matassa.

In uno di questi momenti mi sono messo a leggere A Silvia di Giacomo Leopardi. Io non saprei fare un discorso accademico sul ruolo dell’arte, della cultura, nella società. Certo ho le mie idee che per brevità e decoro tralascio.
Posso dire che leggere la poesia in quello stato d’animo è stato come un balsamo, un elisir che mi ha elevato oltre le piccole miserie quotidiane.

La poesia esprime con mirabile efficacia la vita attraverso immagini, suoni, colori, sentimenti, illusioni e delusioni.
Attuale dopo circa duecento anni perché tocca ciò che è costante nell’uomo, e perciò immortale.
Perché Leopardi è un gigante. E noi quando non siamo sulle sue spalle (o di altri “giganti”) che siamo?

La ripropongo.

A Silvia
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

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Maledetto sia Copernico

19 febbraio 2014

Niccolò Copernico (1473-1543)

Niccolò Copernico (1473-1543)


Niccolò Copernico è nato il 19 febbraio. Del 1473.
Astronomo polacco presta il suo nome a una rivoluzione in astronomia, e per la sua importanza il termine “rivoluzione copernicana” è diventato un modo di dire.
Aristotelico, concepisce da aristotelico l’universo come un sistema chiuso ma con il suo scritto più importante De revolutionibus orbium coelestium pubblicato nel 1543 l’astronomia da geocentrica diviene eliocentrica.

***

Ho altre volte rilevato come la letteratura sia capace di uno sguardo illuminante e inaspettato sulle domande dell’esistere e comunque su molti aspetti della cultura.

Così per esempio Luigi Pirandello (1867-1936) parla di ciò che ha significato Copernico per l’umanità nel romanzo Il fu Mattia Pascal pubblicato nel 1904:

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e viene a prendere una boccata d’aria nell’orticello che ha trovato modo di far sorgere qui dietro l’abside, riparato giro giro da stecchi e spuntoni. – Eh, mio reverendo amico, – gli dico io, seduto sul murello, col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr’egli attende alle sue lattughe. – Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico! – Oh oh oh, che c’entra Copernico! – esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia. – C’entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava… – E dàlli! Ma se ha sempre girato! – Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava, e l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare? – Non nego, – risponde don Eligio, – ma è vero altresì che non si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra s’è messa a girare. – E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise… La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola… Teresina si moriva di fame… Lucrezia spasimava d’amore… Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi? Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gita e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più? Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l’uomo si distrae facilmente. Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso – se è nuvolo – ci lascia al bujo. Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.


Quartine

2 luglio 2012

Ho rispolverato questo mio vecchio libro di quartine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22
Come l’acqua nel fiume, come il vento nella pianura,
è passato un altro giorno nella vicenda della mia vita.
Di due giorni non ho mai pensato a darmi cura:
del giorno non ancor venuto, e di quello già andato.

128
Sul volto della rosa è ancora il velo della pioggia.
Nella natura del mio cuore è ancora la passione pel vino.
Non andare a dormire; è tempo di dormire, ancor, questo?
Anima mia, versa il vino, ché ancora c’è il sole.

130
Empi il bicchiere, ché il giorno è sorto, bianco come neve,
e da quel rubino che è il vino impara il colore!
Togli su due legni, e illumina il convito:
questo legno, il liuto, accordalo, e l’altro, l’aloe, brucialo al fuoco!

***

Queste quartine sono solitamente attribuite a Omar Kayyam, ma la questione è controversa. Tra pensiero scettico, Epicuro, Lucrezio, ho scelto alcune tra le quartine che quei temi richiamano, temi che mi dilettavano un tempo. E, forse, ancora mi dilettano.

***
Omar Kayyam astronomo, matematico, filosofo, vissuto tra XI e XII secolo nell’antica Persia.


Mister W

13 aprile 2012

Often we think we have lost our way
Spesso pensiamo di aver smarrito la strada

***
Often we think that what we are doing  has no meaning
Spesso pensiamo che non abbia senso ciò che facciamo
***
Often we think that we have a terrible relationship with people
Spesso pensiamo di avere un pessimo rapporto con le persone che ci circondano
(but) sometimes few words said by people who are close to us are enough…
(ma) a volte bastano poche parole dette da persone vicine…

Ratafià, cioè lasciatemi divertire

13 febbraio 2012

E lasciatemi divertire

Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!

Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.

Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!

Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.

Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!

Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie

Bubububu,
fufufufu.
Friu!
Friu!

Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?

Bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.

Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.

Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!

Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?

Huisc…Huiusc…
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.

Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.

Abì, alì, alarì,
Riririri!
Ri.

Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro.

Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.

Certo è un azzardo un po’ forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.

Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!

Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!

(Aldo Palazzeschi 1885-1974)

La poesia del 1910 si inserisce in questo interessante periodo culturale di inizio ‘900, caratterizzato dalla critica al razionalismo positivistico portato da correnti di pensiero spirituali e irrazionali, che contribuirono a esiti storici piuttosto funesti; Aldo Palazzeschi influenzato dalla concezione dell’arte di Nietsche, si pone tra crepuscolari e futuristi, riservando al gioco il compito della critica antipascoliana e antiromantica del “fanciullino”. Non solo rifiuta la serietà della parola poetica ma ne alleggerisce la veste anticipando il movimento dada e i surrealisti per i quali “l’art n’est pas sérieux”.

Non so perché, o forse lo so, come un rimbalzo non voluto, quando leggo la poesia mi viene in mente la canzone e quando ascolto la canzone penso alla poesia.


Port-Royal e i giansenisti

10 febbraio 2012

A poca distanza da Versailles in località Port-Royal sorgeva un antico monastero femminile cistercense. Nella prima metà del ‘600 nel convento si stabilì un gruppo di laici decisi a vivere una vita religiosa di penitenza e santificazione.
Jean Duvergier de Hauranne (1581-1643), abate di Saint-Cyran, si mise alla guida di questo gruppo di riformatori, il cui movimento venne conosciuto col nome di giansenismo dal teologo fiammingo Cornelius Jansen che aveva esposto le sue posizioni religiose di ispirazione agostiniana nel suo Augustinus.
Insofferente dell’indirizzo dottrinario dettato dalla Controriforma il giansenismo si proponeva di restaurare nell’ambito del cattolicesimo la dottrina agostiniana del peccato originale, della grazia e della predestinazione; posizioni rafforzate dall’intimità della fede e dalla severa disciplina morale e penitenziale del cristianesimo delle origini.
Secondo l’insegnamento agostiniano l’uomo in seguito al peccato originale è incapace di conoscere e di compiere il bene se non gli viene concessa la grazia. Dio riserva la grazia solo a coloro che ha, per pura misericordia e scelta imperscrutabile, predestinato all’eterna salvezza. Di conseguenza i giansenisti perseguivano un cristianesimo duro, ritenevano che solo una condotta di vita rigorosa potesse essere coerente con la salvezza e condannavano gli espedienti per rendere la legge divina e la regola religiosa più adattabile alla vita comune. Senza un rinnovamento interiore le pratiche di devozione e l’efficacia dei sacramenti venivano meno.
Le posizioni dei giansenisti evidenziavano, a distanza di oltre un secolo da Lutero, le difficoltà e la crisi profonda che investiva la chiesa di Roma.
L’esperienza giansenista venne contrastata dalla potente Compagnia di Gesù, avversata dalla corte francese e vista con sospetto e condannata dal papato, ma nonostante ciò il movimento aveva trovato numeroso seguito sia nel clero che tra i laici francesi desiderosi di una vita morale e religiosa più rigorosa.
Il risvolto politico delle posizioni gianseniste implicava la critica al centralismo papale, riaffermava l’autorità apostolica dei vescovi e la dignità della missione evangelica dei sacerdoti.
Tra i personaggi illustri del giansenismo si ricordano Antoine Arnaud (1612-1694), Pierre Nicole (1625-1695) e Blaise Pascal (1623-1662) che difende le posizioni del movimento in occasione della seconda condanna inflitta dal papa Alessandro VII nel 1657.


Tycho Brahe era un genio

17 ottobre 2011

Tycho Brahe era un astronomo danese vissuto nella seconda metà del ‘500.
Grazie alle sue accurate osservazioni elaborò una teoria astronomica particolare che in qualche modo superava la teoria geocentrico-tolemaica, quella che poneva la terra ferma al centro dell’universo con i pianeti che ruotavano attorno ad essa.
Secondo il suo sistema, detto anche sistema ticonico, la terra rimane ferma al centro dell’universo e attorno ad essa ruotano la luna e il sole, mentre i pianeti però ruotano attorno al sole.
Tuttavia con la sua teoria elaborata alla luce di accuratissime osservazioni, oltre a dare una più corretta spiegazione del movimento dei pianeti e di alcuni fenomeni celesti come il moto retrogrado, contribuì a mettere in discussione il ricorso alla teoria dell’auctoritas, cioè di Aristotele, sulla fissità delle sfere celesti, concezione su cui erano strenuamente appoggiate le posizioni ecclesiastiche.
Qui si spiega l’aspetto geniale di Brahe che, per quanto si affermi che egli non condividesse la teoria eliocentrica, in realtà aveva capito perfettamente che era il sole il centro attorno a cui ruotavano i pianeti, terra compresa.
Ma erano tempi difficili per affermazioni di questo tipo.
Geymonat nella sua Storia del pensiero filosofico e scientifico parla di una rivoluzione avvenuta nel campo dell’astronomia, rivoluzione che “oltrepassa di molto i confini della pura e semplice astronomia, e investe direttamente le più alte questioni filosofiche intorno all’uomo e al mondo. Lo sviluppo della grande rivoluzione si impernia su quattro nomi: Copernico, Tycho, Keplero e Galileo.”
Possiamo pensare che uno di questi aderisse alla teoria geocentrica?