Commozione

28 giugno 2016

Claudio Abbado avrebbe compiuto 83 in questi giorni di fine giugno, il 26 per la precisione.
Con l’età i nostri miti giovanili, personaggi che hanno rappresentato qualcosa di importante per la nostra formazione, perdono il loro carattere mitico.

Ma Claudio Abbado non ha seguito quella sorte; mi è rimasto lì nel cuore a risvegliare le mie corde meno razionali. Mi succede ogni volta che lo ascolto parlare o dirigere.

Qualche giorno fa in una trasmissione su Gustav Mahler, che purtroppo ho visto solo mentre stava terminando, parlava del quarto movimento, “adagio Sehr langsam und noch zurückhalten” (molto lento e ancora trattenuto), della nona sinfonia dicendo che nella parte finale è come un suono tendente al silenzio, come di neve che cade sulla neve.

Poi hanno fatto vedere il finale del brano che ha diretto a Lucerna qualche hanno fa (il brano che propongo all’inizio del post).

Chi ha pazienza lo guardi, dura circa tre minuti, ma si legge tutta la partecipazione e commozione del maestro.
E si rinnova la mia commozione ogni volta che lo guardo.
Perché per me è poesia!


Fatiche

30 maggio 2016

I giovani operai dagli occhi tristi
Pedalavano lenti sull’asfalto
Un disco regalava dai balconi
“Quando mi baci tu…”
Ma erano troppo dolci le parole
Per le loro spalle stanche.

Periferie di Lalla Romano
Giro 2016
Il Giro d’Italia è come un bel libro che si legge tutti i giorni per tre settimane.
E come ogni bel libro quando si arriva alla fine poi un po’ manca.

Dal lato agonistico ha riservato grande interesse con continui capovolgimenti.
Ha vinto Nibali che nelle ultime scalate delle alpi italo-francesi ha saputo ribaltare una situazione che sembrava compromessa.
Si sono segnalati Kruijswijk, (l’olandese che ha il cognome che sembra un codice fiscale, come dice un mio amico) forse il più forte che ha buttato la vittoria con una improvvida quanto spettacolare caduta (qui per vederla); il colombiano Chavez con un sorriso ammaliante; lo spagnolo Valverde.
Ma tutti quelli che sono arrivati a Torino dopo 3500 km meritano un applauso.
Il ciclismo è uno sport chiacchierato per certe pratiche, di cui però non sono esenti nemmeno altri sport, ma è uno sport che richiede grandi sacrifici e grandi fatiche.

La rai ha fatto un buon lavoro, forse con troppa pubblicità.
Con l’alta definizione le riprese dei paesaggi dall’elicottero erano spesso spettacolari.
E poi c’era un commentatore che riannodava i luoghi attraversati dalla corsa a citazioni letterarie e questo mi è molto piaciuto.
La poesia di Lalla Romano, scrittrice purtroppo poco conosciuta, è stata citata quando si è passati per le strade piemontesi nella tappa che arrivava a Sant’Anna di Vinadio.

Una citazione l’ha avuta anche Dino Campana, altro grande poeta poco conosciuto.
La sua poesia richiama proprio il ciclismo e si intitola Giro d’Italia in bicicletta (1° arrivato al traguardo di Marradi)

Dall’alta ripida china precipita
Come movente nel caos di un turbine
Come un movente grido dal turbine
Come il nocchiero dal cuore insaziato
Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con lancio leggero
Oscilla di vertigine il silenzio dentro la
muta catastrofe di rocce ardente d’intorno
Tu balzi anelante fuggente
fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che
rugge e scompare con te

La poesia di Campana ha avuto varie vicissitudini e versioni. Una di queste è stata dedicata a Marinetti.
Per concludere visto il richiamo al futurismo ecco la bicicletta, cioè uno studio per il Dinamismo di un ciclista di Boccioni:

boccioni


Passioni

14 aprile 2016

Sono fatte di lacrime e di sangue
e d’altro ancora.
Il cuore
batte a sinistra.

Passioni di Umberto Saba

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Lo studio della storia fin dai tempi del liceo ha generato in me un fastidioso pessimismo.
Assistere alle vicende contemporanee, nazionali e mondiali, ha purtroppo consolidato la consapevolezza dello sbilanciamento, quasi senza speranza, della storia a favore di pochi.

Ma nella storia rimangono parole e idee e a volte avvenimenti straordinari che proiettano speranza. Come per esempio le elaborazioni filosofiche dell’Illuminismo che hanno portato alla dichiarazione dell’uguaglianza degli uomini e dell’inalienabilità dei diritti.

Ora la mia ricerca di parole significative si rivolge specialmente alla letteratura.
Anni fa un caro amico mi ha regalato la Antologia del Canzoniere di Saba.

È un libro che conservo gelosamente.
La parte finale della dedica dice così:
…sarà un altro punto di confronto tra noi e spero un’altra comune passione.
Saba 1


La Milano di Umberto Saba

14 febbraio 2016

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Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
villeggiatura. Mi riposo in Piazza
del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera si accendono parole.

Nulla riposa della vita come
la vita.

Tre città 1. Milano dal Canzoniere di Umberto Saba

***

Si possono utilizzare molte parole per descrivere un modo di sentire, un’appartenenza, una città.
Ma anche poche.
Le parole pennellate di Saba mostrano la sua Milano così bene che presto diventa anche la nostra…
Io amo Milano e amo Umberto Saba.

E per oggi, circa metà febbraio, mi posso ritenere soddisfatto.


Inizio d’anno

1 gennaio 2016

Dal grigio della nebbia fitta fitta
traspaiono cipressi
ombre nere
spugne di nebbia.
E di lontano dondolando lento
ne vien un suono di campana quasi spento.
Più lontano lontano lontano
passa un treno mugghiando.

Nebbia Aldo Palazzeschi

nebbia

Il primo giorno del nuovo anno non è stato proprio il massimo.
Alcuni inconvenienti mi hanno piuttosto affaticato.
Solitamente non attribuisco particolari significati simbolici o rappresentativi a ciò che avviene nell’ultimo giorno di un anno, o nel primo dell’anno che viene. Quindi non traggo conclusioni definitive.
Attendo alle quotidiane vicende con il consueto atteggiamento.

***

Di prima mattina mentre accompagnavo mia sorella da un’amica in un paese vicino Crema la nebbia ci avvolgeva fitta.
La mia guida non era delle più tranquille.
Ma con prudente velocità e occhi attenti sono andato e tornato.
Nel percorso di ritorno mi sono fermato in piena campagna e ho osservato il paesaggio. Questo paesaggio invernale e nebbioso che mi avvolge e mi affascina come sempre.

***

Ma infine essendo il primo giorno dell’anno rivolgo un augurio di un Buon 2016.
Ognuno lo riempia di ciò che desidera.


Giganti e nani

18 novembre 2015

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes.
(Diceva Bernardo di Chartre che siamo nani sulle spalle di giganti)
da il Metalogicon, Giovanni di Salisbury (1120- 1180)

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Nicolas Poussin (1594–1665)

Sono da tempo alle prese con una fastidiosa controversia familiare con un lontano consanguineo che in alcuni momenti disturba il normale scorrere dei pochi pensieri della mia mente. Ciò che più mi irrita è di sorprendermi, mio malgrado, a pensare come districarmi dalla matassa.

In uno di questi momenti mi sono messo a leggere A Silvia di Giacomo Leopardi. Io non saprei fare un discorso accademico sul ruolo dell’arte, della cultura, nella società. Certo ho le mie idee che per brevità e decoro tralascio.
Posso dire che leggere la poesia in quello stato d’animo è stato come un balsamo, un elisir che mi ha elevato oltre le piccole miserie quotidiane.

La poesia esprime con mirabile efficacia la vita attraverso immagini, suoni, colori, sentimenti, illusioni e delusioni.
Attuale dopo circa duecento anni perché tocca ciò che è costante nell’uomo, e perciò immortale.
Perché Leopardi è un gigante. E noi quando non siamo sulle sue spalle (o di altri “giganti”) che siamo?

La ripropongo.

A Silvia
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.


Genova per me

2 novembre 2015

…come ogni volta l’annusiamo
circospetti ci muoviamo
un po’ randagi ci sentiamo noi…

versi da Genova per noi di Paolo Conte

Se ci vivessi le sensazioni sarebbero diverse.
Ma venendoci solo qualche volta ciò che mi trasmette Genova mi sorprende sempre.
L’occasione è stata una visita agli zii che a Genova ci vivono.
Sabato la giornata era bellissima con un sole splendente e un gran vento che ci investiva.
Quel vento che ci frastorna a noi che abitiamo la pianura e non siamo abituati.

San Lorenzo

Abbiamo avuto poco tempo per girare le vie del centro e godere dell’esplosione di voci, rumori, odori e sapori dei vicoli.
Ogni volta mi colpisce ritrovare un senso di austera nobiltà, eredità storica dei fasti della repubblica marinara, mischiato a un senso di decadenza e a una varia e vivace presenza umana, esiti “di una gran porto di mare”.
E nonostante quel che si dice trovo sempre molta cortesia e disponibilità nei rapporti con i genovesi.
Immancabilmente mi risuonano i versi di De Andrè e quelli della poesia di Umberto Saba Città Vecchia che seppur riferiti a Trieste calzano perfettamente al capoluogo ligure. Questi versi in particolare:

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

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Il primo appuntamento lo avevamo al quartiere “castelletto” e poi nel pomeriggio abbiamo fatto visita a un altro zio al quartiere “San Fruttuoso” che è dalla parte opposta della città, da quel che ho capito.
Io che già non amo molto guidare a Milano che è una città che conosco, piatta e con strade ampie, ho dovuto guidare per attraversare Genova su salite, discese, strade strette, traffico intenso di motocicli che improvvisano traiettorie inaspettate.
Per me è stata un’esperienza davvero faticosa.