Per non dimenticare il 12 dicembre

12 dicembre 2015
BAJ-Pinelli

Enrico Baj – I funerali dell’anarchico Pinelli (1972)

Quasi mezzo secolo è passato dal 12 dicembre 1969 quando una bomba deflagrò nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano compiendo una strage.

Per quanto la verità giudiziaria sia ancora una nebulosa, la ricostruzione storica è piuttosto definita e, questa “verità”, parte degli intellettuali e del mondo della cultura l’avevano colta già nel momento immediatamente successivo all’esplosione quando si era scatenata la caccia agli anarchici.

Da ricordare l’opera di Dario Fo in due atti Morte accidentale di un anarchico (qui), messa in scena nel dicembre del 1970 e I funerali dell’anarchico Pinelli, collage su tela, di Enrico Baj del 1972. La tela di Baj doveva essere esposta a Palazzo Reale ma la mostra fu rimandata perché il giorno dell’inaugurazione venne assassinato il commissario Calabresi.
Dopo una comparizione all’Accademia di Brera il comune di Milano l’ha finalmente esposta a Palazzo Reale solo nel 2012.

Così viene presentata nella pagina del comune in occasione della mostra:

Il centro della scena è occupato dal dramma urlato della morte dell’anarchico. Baj distingue i due gruppi anche attraverso l’uso differente dei colori: per le figure sulla destra, che rimandano ai generali, vengono utilizzati colori molto accesi, che si contrappongono con forza ai più cupi toni del grigio con cui sono dipinti gli anarchici.
I precedenti artistici sono facilmente identificabili: il riferimento più esplicito è quello a Guernica (1937) di Picasso, riconoscibile immediatamente nel grido disperato dell’anarchico e nella posa deformata della donna, opera che Baj aveva rifatto nel 1969 con tecniche e materiali propri, in omaggio al grande artista spagnolo; l’altro è un omaggio al futurismo di Carrà de I funerali dell’anarchico Galli (1911).

Purtroppo l’opera è ancora alla ricerca di una collocazione cittadina, ed è in corso una petizione perché trovi adeguato posto, magari al nuovo museo delle Culture (Mudec) di Milano.


#labicinonsitocca

30 novembre 2015

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Per me che utilizzo la bicicletta tutto l’anno oggi è un giorno da “pessimismo della ragione”, citando Gramsci.
In generale poi quel poco di ottimismo che mi rimane viene eroso un po’ ogni giorno, e ormai sono proprio in riserva.

L’accadimento odierno proviene da un emendamento di un senatore PD, nientemeno, che propone un articolo che impone targa e bollo alle biciclette.

Chi usa la bicicletta avrebbe bisogno di spazi, sicurezza e incoraggiamenti invece che di restrizioni, tasse e ostacoli.
Mi aspetterei che certi provvedimenti arrivassero dal fronte politico conservatore, invece che da quello progressista.

Oggi è iniziata a Parigi la conferenza Onu chiamata Cop21 che lancia un preoccupato allarme sull’inquinamento del pianeta.

Direi che l’iniziativa del senatore PD è connotata da un tempismo formidabile!
E sicuramente diranno che sono stati fraintesi…


Giganti e nani

18 novembre 2015

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes.
(Diceva Bernardo di Chartre che siamo nani sulle spalle di giganti)
da il Metalogicon, Giovanni di Salisbury (1120- 1180)

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Nicolas Poussin (1594–1665)

Sono da tempo alle prese con una fastidiosa controversia familiare con un lontano consanguineo che in alcuni momenti disturba il normale scorrere dei pochi pensieri della mia mente. Ciò che più mi irrita è di sorprendermi, mio malgrado, a pensare come districarmi dalla matassa.

In uno di questi momenti mi sono messo a leggere A Silvia di Giacomo Leopardi. Io non saprei fare un discorso accademico sul ruolo dell’arte, della cultura, nella società. Certo ho le mie idee che per brevità e decoro tralascio.
Posso dire che leggere la poesia in quello stato d’animo è stato come un balsamo, un elisir che mi ha elevato oltre le piccole miserie quotidiane.

La poesia esprime con mirabile efficacia la vita attraverso immagini, suoni, colori, sentimenti, illusioni e delusioni.
Attuale dopo circa duecento anni perché tocca ciò che è costante nell’uomo, e perciò immortale.
Perché Leopardi è un gigante. E noi quando non siamo sulle sue spalle (o di altri “giganti”) che siamo?

La ripropongo.

A Silvia
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.


Genova per me

2 novembre 2015

…come ogni volta l’annusiamo
circospetti ci muoviamo
un po’ randagi ci sentiamo noi…

versi da Genova per noi di Paolo Conte

Se ci vivessi le sensazioni sarebbero diverse.
Ma venendoci solo qualche volta ciò che mi trasmette Genova mi sorprende sempre.
L’occasione è stata una visita agli zii che a Genova ci vivono.
Sabato la giornata era bellissima con un sole splendente e un gran vento che ci investiva.
Quel vento che ci frastorna a noi che abitiamo la pianura e non siamo abituati.

San Lorenzo

Abbiamo avuto poco tempo per girare le vie del centro e godere dell’esplosione di voci, rumori, odori e sapori dei vicoli.
Ogni volta mi colpisce ritrovare un senso di austera nobiltà, eredità storica dei fasti della repubblica marinara, mischiato a un senso di decadenza e a una varia e vivace presenza umana, esiti “di una gran porto di mare”.
E nonostante quel che si dice trovo sempre molta cortesia e disponibilità nei rapporti con i genovesi.
Immancabilmente mi risuonano i versi di De Andrè e quelli della poesia di Umberto Saba Città Vecchia che seppur riferiti a Trieste calzano perfettamente al capoluogo ligure. Questi versi in particolare:

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

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Il primo appuntamento lo avevamo al quartiere “castelletto” e poi nel pomeriggio abbiamo fatto visita a un altro zio al quartiere “San Fruttuoso” che è dalla parte opposta della città, da quel che ho capito.
Io che già non amo molto guidare a Milano che è una città che conosco, piatta e con strade ampie, ho dovuto guidare per attraversare Genova su salite, discese, strade strette, traffico intenso di motocicli che improvvisano traiettorie inaspettate.
Per me è stata un’esperienza davvero faticosa.


musica contemporanea e musica nuova

3 ottobre 2015

Recentemente ho cambiato il telefono.
Il nuovo apparecchio è come un piccolo computer con molte possibilità.
Una di queste mi ha consentito di mettere come segnale di avvertimento di arrivo di messaggi alcuni secondi della Sequenza V per trombone composta da Luciano Berio nel 1966.
La musica contemporanea è una delle mie passioni, ma è musica “di nicchia” come si usa dire.
Non passa alla televisione e raramente si ascolta alla radio.
In generale le persone non hanno consuetudine con questo genere.
Mi diverte molto quando mi arriva un avviso al telefono che propone le prime battute della Sequenza V di Berio, osservare gli sguardi perplessi di chi non conosce genere e brano.
Infondo mi diverto con poco.

***

Domani 4 ottobre si inaugura a Milano il festival 2015 “Milano Musica” dedicato al compositore Bruno Maderna.
Il titolo del festival è: Bruno Maderna e l’umanesimo possibile.
Un mese intero di concerti e incontri (programma) sulla musica contemporanea.
Alcuni concerti si potranno ascoltare su Rai Radio 3.
Domani sarò alla Scala (per questo genere musicale i biglietti si trovano sempre) a seguire un concerto con musiche di Webern, Maderna e Alban Berg. E poi seguirò sicuramente gli incontri al Museo del ‘900 e il concerto di lunedì 12 al Conservatorio.
Il richiamo all’umanesimo, la sua ricerca, è un tema che mi affascina sempre molto.

***

Voglio segnalare un’artista che ho visto in un programma televisivo.
Si tratta di Sara Loreni che ha partecipato a uno di quei programmi che scoprono talenti.
La sua esibizione è stata incredibile, originale, creativa, poetica. Una novità.
Ha costruito con un aggeggio, loop station mi pare si chiami, dal nulla il brano con una interpretazione toccante.
Almeno per me.
Si può vedere qui.


Gracias a la vida

24 settembre 2015

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me dió dos luceros, que cuando los abro
perfecto distingo, lo negro del blanco
y en el alto cielo, su fondo estrellado
y en las multitudes, el hombre que yo amo

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el oído, que en todo su ancho
graba noche y día, grillos y canarios
martillos, turbinas, ladridos, chubascos
y la voz tan tierna, de mi bien amado

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el sonido, y el abecedario
con el las palabras, que pienso y declaro
madre, amigo, hermano y luz alumbrando
la ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado la marcha, de mis pies cansados
con ellos anduve, ciudades y charcos
playas y desiertos, montañas y llanos
y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me dió el corazón, que agita su marco
cuando miro el fruto del cerebro humano
cuando miro el bueno tan lejos del malo
cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado la risa y me ha dado el llanto
así yo distingo dicha de quebranto
los dos materiales que forman mi canto
y el canto de ustedes, que es el mismo canto
y el canto de todos, que es mi propio canto
y el canto de ustedes, que es mi propio canto

Violeta Parra

Qualche sera fa sono andato con Annachiara a sentire un concerto del gruppo cileno Inti Illimani con l’orchestra LaVerdi all’Auditorium di largo Mahler.
Uno spettacolo molto gradevole con brani che conoscevo e altri che non avevo mai sentito. L’orchestra ha accompagnato e completato musicalmente i vari brani proposti.

***

Dopo il golpe cileno del 1973 gli Inti Illimani sono stati accolti in Italia e diventati simbolo e rappresentanti della lotta conto la dittatura cilena, contro tutte le dittature.
Ancora oggi nella presentazione dei vari pezzi musicali si coglie forte il richiamo alla libertà, e il valore delle azioni di chi in nome della libertà ha sacrificato anche la propria vita.
Più volte sono stati citati Violeta Parra e Victor Jara.

Qualche volta ciò che accade nel mondo affatica i miei pensieri e mi coglie come un desiderio di indifferenza.
Occasioni come queste mi ridestano.
Non bisognerebbe mai cedere all’indifferenza.

***

Il pubblico della serata non era quello delle serate da musica classica e naturalmente i musicisti sono stati rumorosamente richiamati per numerosi bis.
E quando alla fine hanno cantato il brano El pueblo unido jamas serà vencido la sala è esplosa.
Tutti cantavano coi musicisti e si percepiva chiaramente un senso di commozione e di appartenenza a un’idea o a qualcosa che forse non c’è più.

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Vertigini

6 settembre 2015

La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi cap. I

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Le mura citate da Manzoni non ci sono più e sicuramente non servirebbero allo scopo.
Una bella possibilità di una spettacolare veduta dall’alto della città di Milano e dintorni la fornisce il palazzo della regione Lombardia che la domenica mette ancora a disposizione l’ultimo dei suoi 39 piani per una esperienza che sicuramente merita di essere vissuta.
La visita è gratuita.

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Ne avevo già parlato circa un anno fa, qui, ma la giornata non era limpida e ciò che si vedeva non andava oltre i confini della città.
Oggi non avevamo in programma di salire lassù ma con Francesca eravamo nella nuova piazza Gae Aulenti, quella dei “palazzi moderni”, e in uno scorcio si vedeva il monte Rosa. Siccome il palazzo Lombardia è molto vicino alla piazza Francesca ha suggerito la visita.
Le mie impressioni sono state più o meno quelle della scorsa visita.

Diversamente dalla volta scorsa, e grazie all’estensione della vista fino ai monti, questa mattina Milano mi è sembrata veramente piccola.

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Data la mia proverbiale imperizia le fotografie che faccio con la fotocamera sono quello che sono. Le foto di questa mattina sono state fatte con il telefono e quindi la qualità è anche più scadente.

I cultori dell’arte fotografica abbiano indulgenza.