Maledetto sia Copernico

19 febbraio 2014

Niccolò Copernico (1473-1543)

Niccolò Copernico (1473-1543)


Niccolò Copernico è nato il 19 febbraio. Del 1473.
Astronomo polacco presta il suo nome a una rivoluzione in astronomia, e per la sua importanza il termine “rivoluzione copernicana” è diventato un modo di dire.
Aristotelico, concepisce da aristotelico l’universo come un sistema chiuso ma con il suo scritto più importante De revolutionibus orbium coelestium pubblicato nel 1543 l’astronomia da geocentrica diviene eliocentrica.

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Ho altre volte rilevato come la letteratura sia capace di uno sguardo illuminante e inaspettato sulle domande dell’esistere e comunque su molti aspetti della cultura.

Così per esempio Luigi Pirandello (1867-1936) parla di ciò che ha significato Copernico per l’umanità nel romanzo Il fu Mattia Pascal pubblicato nel 1904:

Tutto sudato e impolverato, don Eligio scende dalla scala e viene a prendere una boccata d’aria nell’orticello che ha trovato modo di far sorgere qui dietro l’abside, riparato giro giro da stecchi e spuntoni. – Eh, mio reverendo amico, – gli dico io, seduto sul murello, col mento appoggiato al pomo del bastone, mentr’egli attende alle sue lattughe. – Non mi par più tempo, questo, di scriver libri, neppure per ischerzo. In considerazione anche della letteratura, come per tutto il resto, io debbo ripetere il mio solito ritornello: Maledetto sia Copernico! – Oh oh oh, che c’entra Copernico! – esclama don Eligio, levandosi su la vita, col volto infocato sotto il cappellaccio di paglia. – C’entra, don Eligio. Perché, quando la Terra non girava… – E dàlli! Ma se ha sempre girato! – Non è vero. L’uomo non lo sapeva, e dunque era come se non girasse. Per tanti, anche adesso non gira. L’ho detto l’altro giorno a un vecchio contadino, e sapete come m’ha risposto? ch’era una buona scusa per gli ubriachi. Del resto, anche voi scusate, non potete mettere in dubbio che Giosuè fermò il Sole. Ma lasciamo star questo. Io dico che quando la Terra non girava, e l’uomo, vestito da greco o da romano, vi faceva così bella figura e così altamente sentiva di sé e tanto si compiaceva della propria dignità, credo bene che potesse riuscire accetta una narrazione minuta e piena d’oziosi particolari. Si legge o non si legge in Quintiliano, come voi m’avete insegnato, che la storia doveva esser fatta per raccontare e non per provare? – Non nego, – risponde don Eligio, – ma è vero altresì che non si sono mai scritti libri così minuti, anzi minuziosi in tutti i più riposti particolari, come dacché, a vostro dire, la Terra s’è messa a girare. – E va bene! Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise… La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola… Teresina si moriva di fame… Lucrezia spasimava d’amore… Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi? Siamo o non siamo su un’invisibile trottolina, cui fa da ferza un fil di sole, su un granellino di sabbia impazzito che gira e gita e gira, senza saper perché, senza pervenir mai a destino, come se ci provasse gusto a girar così, per farci sentire ora un po’ più di caldo, ora un po’ più di freddo, e per farci morire – spesso con la coscienza d’aver commesso una sequela di piccole sciocchezze – dopo cinquanta o sessanta giri? Copernico, Copernico, don Eligio mio ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo, con tutte le nostre belle scoperte e invenzioni e che valore dunque volete che abbiano le notizie, non dico delle nostre miserie particolari, ma anche delle generali calamità? Storie di vermucci ormai le nostre. Avete letto di quel piccolo disastro delle Antille? Niente. La Terra, poverina, stanca di girare, come vuole quel canonico polacco, senza scopo, ha avuto un piccolo moto d’impazienza, e ha sbuffato un po’ di fuoco per una delle tante sue bocche. Chi sa che cosa le aveva mosso quella specie di bile. Forse la stupidità degli uomini che non sono stati mai così nojosi come adesso. Basta. Parecchie migliaja di vermucci abbrustoliti. E tiriamo innanzi. Chi ne parla più? Don Eligio Pellegrinotto mi fa però osservare che per quanti sforzi facciamo nel crudele intento di strappare, di distruggere le illusioni che la provvida natura ci aveva create a fin di bene, non ci riusciamo. Per fortuna, l’uomo si distrae facilmente. Questo è vero. Il nostro Comune, in certe notti segnate nel calendario, non fa accendere i lampioni, e spesso – se è nuvolo – ci lascia al bujo. Il che vuol dire, in fondo, che noi anche oggi crediamo che la luna non stia per altro nel cielo, che per farci lume di notte, come il sole di giorno, e le stelle per offrirci un magnifico spettacolo. Sicuro. E dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo, dovrebbero parerci miserie incalcolabili.

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Quartine

2 luglio 2012

Ho rispolverato questo mio vecchio libro di quartine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

22
Come l’acqua nel fiume, come il vento nella pianura,
è passato un altro giorno nella vicenda della mia vita.
Di due giorni non ho mai pensato a darmi cura:
del giorno non ancor venuto, e di quello già andato.

128
Sul volto della rosa è ancora il velo della pioggia.
Nella natura del mio cuore è ancora la passione pel vino.
Non andare a dormire; è tempo di dormire, ancor, questo?
Anima mia, versa il vino, ché ancora c’è il sole.

130
Empi il bicchiere, ché il giorno è sorto, bianco come neve,
e da quel rubino che è il vino impara il colore!
Togli su due legni, e illumina il convito:
questo legno, il liuto, accordalo, e l’altro, l’aloe, brucialo al fuoco!

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Queste quartine sono solitamente attribuite a Omar Kayyam, ma la questione è controversa. Tra pensiero scettico, Epicuro, Lucrezio, ho scelto alcune tra le quartine che quei temi richiamano, temi che mi dilettavano un tempo. E, forse, ancora mi dilettano.

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Omar Kayyam astronomo, matematico, filosofo, vissuto tra XI e XII secolo nell’antica Persia.