El pan tramvai

9 dicembre 2012

Voi non ci pensate,
nessuno ci pensa mai:
che barba essere un tramvai…
Da un capolinea
all’altro capolinea
fare sempre la stessa linea…
Sei nato Ventuno?
Campassi cent’anni
non diventerai mai
un Ventidue.
Sei nato Circolare?
Circola, amico,
sempre in tondo,
da piazza Mustafà
a piazza della Libertà.
Ma quale libertà?
Faccio sempre la stessa strada
senza consumarla.
Sono io che mi consumo
tristemente
scioccamente
scampanellando,
portando sempre la stessa gente
allo stesso posto…
E loro lo sanno
che mi potevo stufare,
scappare nei Mari del Sud…
…a sud di tutti i mari…
perciò mi hanno fatto i binari.
Ma in attesa che l’invenzione
ottenga il brevetto di Stato,
ti conviene studiare
come s’è sempre studiato.

Gianni Rodari

popogusto 1

Ieri seconda uscita dopo l’influenza per cercare qualche idea per i regali di natale al “Popogusto” rassegna di prodotti naturali e a filiera corta che si svolge il secondo e quarto sabato di ogni mese presso i chiostri della Società Umanitaria in via San Barnaba 48, alle spalle del palazzo di giustizia.

Via San Barnaba

Via San Barnaba

Abbiamo acquistato qualche prodotto alimentare e anche un pezzo di quello che a Milano si chiama pan con l’uga o panettone dei poveri, ma che il panificatore di Legnano ci ha detto che loro chiamano pan tramvai perché a fine ‘800 veniva dato come resto del biglietto del tram per accompagnare il viaggio verso Milano che poteva durare anche qualche ora.

El pan tramvai

Il dolce è buono, ma ha un certo peso specifico….

***
In stracarichi tranvai
accalcandoci insieme,
dimenandoci insieme,
insieme barcolliamo. Uguali ci rende
una uguale stanchezza.
Di quando in quando c’inghiotte il metrò,
poi dalla bocca fumosa ci risputa, il metrò.

Per incerte strade, tra vortici bianchi
camminiamo, uomini accanto a uomini
I nostri fiati si mescolano fra loro,
si scambiano e si confondono le orme
Dalle tasche tiriamo fuori il tabacco,
mugoliamo qualche canzonetta di moda
Urtandoci coi gomiti,
diciamo scusa o non diciamo niente.

La neve sbatte contro le facce tranquille
Avare, sorde parole ci scambiamo.
E proprio noi, tutti noi, ecco qui,
tutti insieme, siamo
quello che all’estero chiamano Mosca!
Noi che qui ce ne andiamo con le nostre borse;
sottobraccio, coi nostri pacchetti e fagottelli,
siamo coloro che nei cieli scagliano astronavi
e sbigottiscono i cuori ed i cervelli.

Ognuno per conto suo, attraverso
le nostre Sadowye, lebjazie, Trubnye
secondo un proprio itinerario
senza conoscerci l’un l’altro
noi, sfiorandoci l’un l’altro,
andiamo…

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

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