Un bacio…un bacio ancora…ah!…un altro bacio…

30 ottobre 2013

Si accordano gli strumenti
Le luci si abbassano.
Gli strumenti vibrano in quel disordinato crescendo che tanto mi piace fino a che il primo violino rilancia perché avvenga l’accordatura.
Entra alfine il direttore.
Parte l’applauso carico di aspettative della platea.
Inizia l’opera…….
Otello
Dopo abbastanza tempo, anzi dopo troppo tempo, sono tornato all’opera.
L’occasione è stata la rappresentazione dell’Otello di Giuseppe Verdi messo in scena al teatro degli Arcimboldi di Milano.
È vero che il Teatro alla Scala è insuperabile se si tratta di opera, per tutto ciò che rappresenta, per il fascino che sprigiona al solo entrare nella sala; ma è anche vero che è difficile ottenere i biglietti e nei posti delle gallerie dove di solito vado è terribilmente scomodo.
Il teatro degli Arcimboldi per me è un teatro bellissimo, comodo, dove la visione e l’acustica sono eccellenti qualsiasi posto si occupi.
È facile acquistare i biglietti e i prezzi sono accessibili.
Per Milano dovrebbe diventare il teatro di riserva per l’opera.
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Lo spettacolo mi ha dato grande soddisfazione, con una buona orchestra, un buon coro, voci discrete.
Forse la scenografia era un po’ troppo essenziale e scarna e nei concertati veniva a mancare l’equilibrio voci-orchestra.
Ma complessivamente un giudizio più che positivo!
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Il settataquattrenne Giuseppe Verdi completa Otello per il carnevale del 1887 ispirandosi al dramma di Shakespeare messo in versi per l’opera dal visionario Arrigo Boito.
È insieme a Falstaff del 1893 il lavoro della piena consapevolezza artistica del Maestro.
L’opera è caratterizzata da una straordinaria tensione drammatica che troppo spesso viene espressa con toni muscolari e accenti stentorei, atteggiamenti ben rappresentati da Mario Del Monaco uno dei più importanti interpreti di Otello.
Personalmente preferisco un’interpretazione che metta in evidenza gli aspetti psicologici dei personaggi con le loro debolezze, il tormento di Otello, la malizia di Jago, la rassegnazione di Desdemona.

Trovo commovente il finale del primo atto che si conclude con il duetto d’amore tra Otello e Desdemona (qui il testo completo del brano):

OTELLO (appoggiandosi ad un rialzo degli spaldi)
Ah! la gioia m’innonda  sì fieramente … che ansante mi giacio …
Un bacio …
DESDEMONA
Otello!
OTELLO
Un bacio … ancora un bacio. (alzandosi e mirando il cielo)
Già la pleaide ardente in mar discende.
DESDEMONA
Tarda è la notte.
OTELLO
Vien … Venere splende.
DESDEMONA
Otello!

A me è piaciuto molto. E anche a Francesca, penso….


Un giovane di 200 anni

10 ottobre 2013

Giuseppe Verdi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da bambino ascoltavo, seppur passivamente, la musica lirica perché la ascoltavano mio nonno e il mio papà.
Quando ho raggiunto un po’ di consapevolezza ho approfondito la conoscenza con molte letture, molti ascolti in disco o al teatro alla Scala.
L’opera o si ama o si detesta.
Per me non è stato difficile amarla.
E più di ogni altro compositore amo il Peppino di cui oggi ricorre il duecentesimo della nascita.

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La musica di Giuseppe Verdi mi ha accompagnato spesso nei miei diversi momenti e stati d’animo sempre rappresentando in modo mirabile i sentimenti umani.

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Lo voglio ricordare con il brano Ella giammai m’amo dal Don Carlos.
Pochi versi per circa otto minuti di musica pieni della struggente solitudine di un potente, Filippo II, ma soprattutto di un marito e di un padre.

Ella giammai m’amò!… No! Quel core chiuso è a me,
Amor per me non ha!…
Io la rivedo ancor contemplar trista in volto
Il mio crin bianco il dì che qui di Francia venne.
No, amor non ha per me!…
Come ritornando in se stesso
Ove son?… Quei doppier!…
Presso a finir!… L’aurora imbianca il mio veron!
Già spunta il dì.
Passar veggo i miei giorni lenti!
Il sonno, oh Dio! sparì dagli occhi miei languenti!
Dormirò sol nel manto mio regal
Quando la mia giornata è giunta a sera,
Dormirò sol sotto la vôlta nera
Là, nell’avello dell’Escurïal.
Ah! se il serto real a me desse il poter
Di leggere nei cor, che Dio può sol veder!…
Se dorme il prence, veglia il traditor.
Il serto perde il Re, il console l’onor.
Dormirò sol nel manto mio regal,
Quando la mia giornata è giunta a sera,
Dormirò sol sotto la vôlta nera
Là, nell’avello dell’Escurïal.
Ah! se il serto regal a me desse il poter
Di leggere nei cor!
Ella giammai m’amò!… No! Quel core chiuso è a me,
Amor per me non ha.


S’apre alla mente il giorno

1 marzo 2013

Cadran, cadranno i perfidi
Come locuste al suol!
Per te vedrem rifulgere
Sovra l’Assiria il sol!

O prodi miei seguitemi,
S’apre alla mente il giorno;
Ardo di fiamma insolita,
Re dell’Assiria io torno!
Di questo brando al fulmine
Gli empi cadranno al suol;
Tutto vedrem rifulgere
Di mia corona al sol.

Del giovane Verdi amo la brevità e l’energia.
Di solito mi piace ascoltare l’opera dall’inizio alla fine leggendo il libretto se non conosco il testo a memoria, e con il tempo mi sono selezionato brani e arie capaci di rappresentare il mio stato d’animo nelle diverse circostanze.
Si fa così anche con la letteratura.
Nei momenti faticosi questo brano dal Nabucco mi ricarica con la sua energia e la prospettiva di riscatto. Effetto simile anche dal brano Infin che un brando vindice da Ernani e Oltre quel limite da Attila.
Solo per citarne alcuni.

Una ricarica mi ci vuole in questi giorni.


Tutto nel mondo è burla

15 dicembre 2012

Falstaff

Siamo nel 1893.
L’anno della sollevazione dei “fasci siciliani” che secondo Antonio Labriola sono la prima manifestazione di “classe” dei proletari italiani.
L’anno del secondo congresso del partito socialista italiano, un socialismo venato di positivismo.
L’anno dello scandalo della banca romana, anticipatore di un costume particolarmente amato anche ai giorni nostri.

Ma siamo anche nell’anno dell’ottantesimo compleanno di Giuseppe Verdi e della prima rappresentazione della sua ultima opera: Falstaff!
Il suo congedo dall’opera, la sua risata final.
L’ascolto e la scoperta di Falstaff, ma anche di Otello che è del 1887, per me abituato al giovane Verdi è stato sconvolgente.
Falstaff è opera che pesca nella tradizione, il finale è una fuga, e si proietta nel futuro.
Per Massimo Mila l’ultimo Verdi dimostra di aver conquistato “quella musica strumentale tedesca da lui tanto tenacemente osteggiata come antagonista della tradizione italiana” e di averla elaborata anticipando temi e aspetti della musica contemporanea.
Ho sempre pensato che Verdi patisse la presenza ingombrante del novatore Wagner con un senso di inferiorità, come quando si guarda qualcosa di obsoleto di fronte a una grande novità.
Dopo la morte nel 1883 dell’autore di Lohengrin, il nostro si è preso qualche anno di riflessione e con Otello e Falstaff, secondo me, si è sentito liberato da tale peso.

Tutto nel mondo è burla.
L’uom è nato burlone,
La fede in cor gli ciurla,
Gli ciurla la ragione.
Tutti gabbati! Irride
L’un l’altro ogni mortal.
Ma ride ben chi ride
La risata final.


Arie notturne

1 giugno 2012

Bela m’es pressa de blezos
Cubertz de teintz vermelhs e blaus,
D’entresenhz e de gonfanos,
De diversas colors tretaus,
Tendas e traps e rics pabalhos tendre,
Lansas frassar, escute traucar, e fendre
Elmes brunitz, e colps donar e prendre
E homes mortz sobre teraa estendre!

Bertrans de Born (1140-1215 circa)
Da: Ar ve la coindeta sazos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arie notturne

Non si parla di fastidiosi spifferi.
Ma de Il Trovatore di Giuseppe Verdi. Seconda opera della trilogia popolare, dopo Rigoletto e prima di Traviata, messa in scena il 19 gennaio 1853.
Il Trovatore è un’opera che ascolto sempre volentieri, e mi incantano alcune sue parti. Non viene eseguita spesso forse perché richiede almeno quattro voci di livello, e anche il basso, quinta voce, ha un ruolo importante.
Alla Scala negli ultimi 40 anni è stata messa in cartellone solo in due stagioni.
Forse la prima immagine che viene in mente quando si pensa al Trovatore è l’ambiente dei cavalieri, dove la concitazione pervade animi e situazioni, degli accesi scontri tra rivali politici e in amore. L’aria più conosciuta, quella che accende l’entusiasmo è la famosa Di quella pira, in cui il protagonista corre a salvare la madre messa al rogo dal rivale.
Ma Il Trovatore non è solo questo, anzi. A leggere il libretto si scopre che la complicata storia, divisa in quattro parti, si svolge prevalentemente in situazioni notturne nelle quali Verdi, accanto alle scene concitate, descrive con la sua musica situazioni altamente liriche.
Di questi momenti notturni mi piacciono: Tacea la notte placida nella prima parte; Il balen del suo sorriso nella seconda parte.

D’amor sull’ali rosee
Ma l’aria che preferisco è D’amor sull’ali rosee nella quarta parte. Leonora, voce di soprano, sacrifica se stessa per amore, per liberare l’amato, sconfitto e messo in prigione dal rivale. La musica è così eloquente che il testo passa quasi in secondo piano. Il canto di Leonora prosegue mescolandosi con il Miserere cantato dai religiosi, per un’altra pagina memorabile dell’opera.

L’esecuzione è di Maria Callas.

D’amor sull’ali rosee

Vanne, sospir dolente:
Del prigioniero misero
Conforta l’egra mente…
Com’aura di speranza
Aleggia in quella stanza:
Lo desta alle memorie,
Ai sogni dell’amor!
Ma deh! non dirgli, improvvido,
Le pene del mio cor!

Come Casta diva della Norma di Bellini questo brano mi trasmette una magia impareggiabile. Se mai la musica ha una capacità di toccare la nostra sensibilità, di svolgere un compito diciamo “terapeutico” in particolari circostanze, ecco questo pezzo con me riesce nello scopo.

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Mi è piaciuto accostare all’opera di Verdi una “poesia delle armi” di un troubador e Il Trovatore di De Chirico del 1955.


Rigoletto

1 marzo 2012

La lettura di Le roi s’amuse di Victor Hugo colpisce Verdi, ” bel dramma con posizioni stupende “. Si desta l’ispirazione, nasce l’opera.
Per motivi di censura l’azione si sposta dalla corte di Francia a quella di Mantova, il Triboulet di Hugo diventa Rigoletto, e anche il nome dell’opera.
La prima rappresentazione avviene l’11 marzo del 1851 al Teatro la Fenice di Venezia.
Con Trovatore e Traviata, del 1853, compone quella triade di opere verdiane comunemente nota come “trilogia popolare”.

“L’equilibrio quasi ovunque perfetto tra musica e dramma è raggiunto, lo stato di grazia concesso nel Rigoletto (1851). Il padre di Gilda è la prima creatura viva di Verdi, realizzata interamente e schiettamente, senza artifici di sorta, come per esempio Macbeth che viveva più che altro per il contrasto della sua pusillanimità con la fredda ferocia della moglie.”

“Per generale consenso, il Rigoletto è l’opera con la quale inizia la piena maturità di Verdi, l’opera nella quale egli realizza appieno per la prima volta una concezione drammatico-musicale ben sua, in una parola l’opera in cui lo stile verdiano […] manifesta tutte le sue reali possibilità, le sue caratteristiche più autentiche.”

Leggendo i commenti di Massimo Mila e Pierluigi Petrobelli si capisce che Rigoletto è l’opera della svolta. Sono finiti gli anni di galera, gli anni delle opere su commissione dopo il successo di Nabucco, undici opere dal 1843 al 1849. Rigoletto certifica novità importanti nella musica lirica, realizza in modo pieno, completo e consapevole il superamento dell’opera come insieme di forme chiuse; “ho ideato Rigoletto quasi senz’arie finali, con una sfilza interminabile di Duetti perché così ero convinto” scrive Verdi a Carlo Borsi.
L’ispirazione musicale domina il dramma dall’inizio alla fine, senza cedimenti o cadute, il maestro realizza forse per la prima volta in modo così riuscito la sua idea musicale; aveva scritto a Du Locle, impresario e librettista francese, “se l’opera è di getto l’idea è una”.

Un ascolto: la ballata “questa o quella”
La ballata “questa o quella” in forma di canzone presenta il carattere del tenore, il Duca di Mantova, che è un carattere leggero, libertino, di un potente signore che provoca le preoccupazione di Rigoletto e la passione di sua figlia Gilda. Deve essere eseguita con eleganza come precisa lo stesso Verdi e cantata con canto sciolto, con una pronuncia leggera di chi sta conversando con una cortigiano, esprimendo la sicurezza di chi non conosce sfortuna e sa volgere a suo favore ogni situazione. Anche gli acuti devono essere discorsivi e non sparati al massimo volume. Così come è importante rispettare le sottigliezze escogitate da Verdi per rendere le melodia frizzante e maliziosa, come ad esempio marcare pause in alcuni versi, per esempio for/se un’altra e se/mi punge.
Per fortuna nelle esecuzioni più recenti non si pratica più la cadenza finale, non prevista, del verso se mi punge, per la quale un aneddoto popolare prevedeva la puntura di una vespa, che troncava il ritmo di un brano che si innesta direttamente nel minuetto successivo.

Interessante l’esecuzione in russo del tenore Ivan Kozlovsky.

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Quando ero bambino mio nonno ascoltava l’opera; mio padre ascoltava l’opera.
Io mi  annoiavo.
A un certo momento da ragazzo la “conversione”: mi sono appassionato.
Ascoltavo i dischi, cioè gli LP, che c’erano nella libreria. In particolare ho ascoltato infinite volte un’edizione di Rigoletto del 1954 con Mario Del Monaco, diretta da Alberto Erede. Per me Rigoletto era quello dell’edizione 1954. L’ho ascoltata così tanto che potevo cantare (si fa per dire) a memoria le parti di tutti i personaggi dall’inizio alla fine.
Quando finalmente ho ascoltato un’altra edizione sono rimasto esterrefatto. Mi sembrava un’opera diversa; diversi tempi, diversi colori musicali; diversi accenti.
Ho avuto di che riflettere.
Ora ho tredici edizioni in CD, e se devo eleggerne una tra le altre la mia scelta ricade su quella del 1964 diretta da Rafael Kubelik.
Rigoletto è la mia opera preferita.