Borges, Montale e la scopa

7 luglio 2014

Io voglio entrare nell’Olimpo dei poeti e lo chiedo a due poeti che sono tra i miei preferiti uno è un poeta argentino che si chiama Borges che è andato lì vicino a prendere il Nobel e lo hanno cacciato perché ha perso a scopa con Montale…. […]
Io chiedo a loro di farmi entrare ma c’è un casino così di poeti adesso, “basta aspetta”, e mi accontento di lucidare gli specchi di Borges, lui usa molto la parola “specchio”, e le quartine di Kayyam e sto li fuori ad aspettare che mi prendano.

Guccini racconta il brano Via Paolo Fabbri 43 in un concerto di qualche anno fa.
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Annachiara è il mio “suggeritore” letterario.
Sa cogliere il senso di un brano, con osservazioni originali, anche a una prima lettura.

E poi mi passa ciò che scopre.
Tesori che con la mia lettura spesso distratta a volte mi sfuggono.
Qualche giorno fa mi ha indicato una poesia di Jorge Luis Borges tratta dalla raccolta La moneta di ferro:

Per una versione dell’I Ching

Non meno irrevocabile è il domani
del rigido passato. Ogni cosa
non è che una parola silenziosa
dell’eterna scrittura indecifrabile
il cui libro è il tempo. Chi s’allontana
è già tornato a casa. Questa vita
è il sentiero futuro e già percorso.
Niente ci dice addio. Niente ci lascia.
Non devi arrenderti. Il carcere è oscuro,
La salda trama è di incessante freddo,
Ma in qualche angolo della tua cella
può esserci una svista, una fessura.
Il cammino è fatale come il dardo,
ma nelle crepe ci sorveglia Dio.

Sempre lei con la sua naturale capacità di tessere relazioni tra lettere mi ha poi invitato a leggere la poesia In Limine di Eugenio Montale tratta dalla raccolta Ossi di Seppia:

In Limine

Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.

Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

Bellissime poesie. Intense riflessioni sulla vita, vista attraverso alcuni duri aspetti dell’esistere.
Ma in fondo i due poeti indicano la luce di una speranza.

***

Vorrei dedicare questo post ad Annachiara con le certezza che presto saprà declinare in poesia anche numeri e formule.


Tra nebbia e visioni

25 ottobre 2012

In qualche situazione, ma solo in qualche situazione, questa controversa città mi regala qualcosa.
Il più delle volte mi crea grandi tensioni ma in alcuni rari momenti si stabilisce come una specie di comunicazione e percepisco impressioni, visioni, sensazioni impagabili.
***
Dopo gli ultimi giorni di tiepido e sereno autunno è arrivata la prima leggera nebbia.
Il clima nebbioso, così come certi profumi, certi sapori, certa musica, ha il potere di proiettarmi in un tempo passato, un tempo di ricordi non razionale, quasi astratto dentro cui si confonde il presente.

Per me è un po’ come il sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio di montaliana poesia che mi è tornata in mente questo meriggio e che è sempre un piacere rileggere:

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.


Ciò che non siamo

10 maggio 2011

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Da Ossi di seppia

Eugenio Montale (1896-1981)

Montale si pone nel solco di una lunga tradizione di pensiero; l’esercizio del dubbio e della critica esercita sempre e ancora un grande fascino sull’uomo. Trovare risposte è ardua impresa, ma forse l’importante è saper domandare.