Commozione

28 giugno 2016

Claudio Abbado avrebbe compiuto 83 in questi giorni di fine giugno, il 26 per la precisione.
Con l’età i nostri miti giovanili, personaggi che hanno rappresentato qualcosa di importante per la nostra formazione, perdono il loro carattere mitico.

Ma Claudio Abbado non ha seguito quella sorte; mi è rimasto lì nel cuore a risvegliare le mie corde meno razionali. Mi succede ogni volta che lo ascolto parlare o dirigere.

Qualche giorno fa in una trasmissione su Gustav Mahler, che purtroppo ho visto solo mentre stava terminando, parlava del quarto movimento, “adagio Sehr langsam und noch zurückhalten” (molto lento e ancora trattenuto), della nona sinfonia dicendo che nella parte finale è come un suono tendente al silenzio, come di neve che cade sulla neve.

Poi hanno fatto vedere il finale del brano che ha diretto a Lucerna qualche hanno fa (il brano che propongo all’inizio del post).

Chi ha pazienza lo guardi, dura circa tre minuti, ma si legge tutta la partecipazione e commozione del maestro.
E si rinnova la mia commozione ogni volta che lo guardo.
Perché per me è poesia!

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Una notte all’opera

24 gennaio 2016


Il titolo del post è tratto da un film dei Marx Brothers, da cui il breve video, e l’ho utilizzato come pretesto per raccontare la mia serata al Teatro alla Scala.

La rappresentazione di un’opera al Teatro alla Scala per me significa assistere a qualcosa di solenne. Il silenzio durante l’esecuzione è prerogativa essenziale, gli applausi devono partire solo dopo la fine della musica e poi non mi piacciono i bis perché interrompono la mia partecipazione allo svolgimento della vicenda.

Qualche sera fa sono stato a vedere Rigoletto, che come ho più volte affermato è la mia opera preferita.
Per esperienza quando inizia qualsiasi esibizione almeno una quindicina di persone vengono colpite da tosse convulsa e asinina e altrettante si ricordano di voler assaporare una caramella di quelle che quando le scarti producono un consistente e acuto “stopiccio” di carta plasticata.
Invece niente. L’opera è iniziata è tutto è filato via senza disturbi, e solo nell’ultimo dei quattro tempi qualcuno ha ceduto ma più per stanchezza che per altro.

Rigoletto locandina 2016

L’opera mi ha rapito, è stata bellissima.
Dalle prime note e fino alla fine mi ha distratto dalla faticosa quotidianità dei miei pensieri per condurmi verso un ideale luogo estetico ed estatico.
Che è il luogo dove ci portano i capolavori se solo abbiamo la pazienza di dar loro l’attenzione che reclamano.

Ma naturalmente l’esecuzione non è stata perfetta.
Buona e collaudata la regia teatrale di Gilbert Deflo, e buona la direzione musicale di Nicola Luisotti pur con qualche sbavatura.
Ottime le voci principali di Gilda, Nadine Sierra, del Duca di Mantova interpretato da Vittorio Grigolo e di Rigoletto cantato da Leo Nucci.
Qualche problema c’è stato con il volume dell’orchestra in alcune scene, e con le voci minori. Nel famoso quartetto “Bella figlia dell’amore” quasi non si sentiva la voce di Maddalena.

C’è stato anche il bis dell’aria della “vendetta” di Rigoletto, e alla fine grandi applausi per tutti con ovazioni per i tre protagonisti.

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Spesso vengono evidenziati i problemi di una grande città come Milano e non a torto.
Ma Milano offre anche molte opportunità sotto molti aspetti.
L’offerta culturale di Milano è senz’altro di grande livello.

E quindi mi ritengo in qualche misura fortunato a poter assistere ad alcuni avvenimenti culturali, e di aver passato Una notte all’opera!


Gracias a la vida

24 settembre 2015

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me dió dos luceros, que cuando los abro
perfecto distingo, lo negro del blanco
y en el alto cielo, su fondo estrellado
y en las multitudes, el hombre que yo amo

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el oído, que en todo su ancho
graba noche y día, grillos y canarios
martillos, turbinas, ladridos, chubascos
y la voz tan tierna, de mi bien amado

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado el sonido, y el abecedario
con el las palabras, que pienso y declaro
madre, amigo, hermano y luz alumbrando
la ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado la marcha, de mis pies cansados
con ellos anduve, ciudades y charcos
playas y desiertos, montañas y llanos
y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me dió el corazón, que agita su marco
cuando miro el fruto del cerebro humano
cuando miro el bueno tan lejos del malo
cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida, que me ha dado tanto
me ha dado la risa y me ha dado el llanto
así yo distingo dicha de quebranto
los dos materiales que forman mi canto
y el canto de ustedes, que es el mismo canto
y el canto de todos, que es mi propio canto
y el canto de ustedes, que es mi propio canto

Violeta Parra

Qualche sera fa sono andato con Annachiara a sentire un concerto del gruppo cileno Inti Illimani con l’orchestra LaVerdi all’Auditorium di largo Mahler.
Uno spettacolo molto gradevole con brani che conoscevo e altri che non avevo mai sentito. L’orchestra ha accompagnato e completato musicalmente i vari brani proposti.

***

Dopo il golpe cileno del 1973 gli Inti Illimani sono stati accolti in Italia e diventati simbolo e rappresentanti della lotta conto la dittatura cilena, contro tutte le dittature.
Ancora oggi nella presentazione dei vari pezzi musicali si coglie forte il richiamo alla libertà, e il valore delle azioni di chi in nome della libertà ha sacrificato anche la propria vita.
Più volte sono stati citati Violeta Parra e Victor Jara.

Qualche volta ciò che accade nel mondo affatica i miei pensieri e mi coglie come un desiderio di indifferenza.
Occasioni come queste mi ridestano.
Non bisognerebbe mai cedere all’indifferenza.

***

Il pubblico della serata non era quello delle serate da musica classica e naturalmente i musicisti sono stati rumorosamente richiamati per numerosi bis.
E quando alla fine hanno cantato il brano El pueblo unido jamas serà vencido la sala è esplosa.
Tutti cantavano coi musicisti e si percepiva chiaramente un senso di commozione e di appartenenza a un’idea o a qualcosa che forse non c’è più.

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Under the bamboo tree

1 aprile 2015

Under the bamboo
Bamboo bamboo
Under the bamboo tree
Two live as one
One live as two
Two live as three
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Where the breadfruit fall
And the penguin call
And the sound is the sound of the sea
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Where the Gauguin maids
In the banyan shades
Wear palmleaf drapery
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Tell me in what part of the wood
Do you want to flirt with me?
Under the breadfruit, banyan, palmleaf
Or under the bamboo tree?
Any old tree will do for me
Any old wood is just as good
Any old isle is just my style
Any fresh egg
Any fresh egg
And the sound of the coral sea.

Under the bamboo tree dalla raccolta Fragment of an Agon di T.S. Eliot

Nel 1971 il gruppo degli Stormy Six pubblica il disco L’Unità che ottiene un discreto successo; a quel punto il produttore propone il brano Sotto il bambù, orecchiabile e decisamente più commerciale che esce nel 1972 con lo scopo di allargare il pubblico del “complesso”, che per altro è ben orientato politicamente.
Questo il racconto dal sito di Franco Fabbri sulla storia degli Stormy Six:
“All’uscita, l’Unità viene salutata come uno dei migliori prodotti del nuovo rock italiano; la casa discografica ne viene incoraggiata a lanciare gli Stormy Six su un mercato più ampio, e ancora una volta in modo incongruente. Sottopone al gruppo una canzone del cantautore Mario Barbaglia, «Sotto il bambù», ispirata alla poesia omonima di T. Eliot («Under The Bamboo Tree»), che a sua volta citava una canzone dei primi del Novecento, in vista di una partecipazione al «Disco per l’estate». Gli Stormy Six, che nel frattempo hanno iniziato un’intensa attività di concerti «politici», trasformano il testo in una parabola antifascista, con un «pirata vestito di nero amico del ricco e dello straniero». La commissione di ascolto della RAI «boccia» la canzone, e la casa discografica esige (e ottiene) che il gruppo la riincida con un testo privo di senso, che rende popolare la filastrocca (e gli Stormy Six) presso il pubblico infantile. L’episodio chiude, poco gloriosamente, la seconda fase della carriera degli Stormy Six”.

Altri tempi.
Il brano pur nella sua quasi totale assenza di significato è piacevole.
Forse l’amico Allan, gran conoscitore di musica di quel periodo, saprà svelarmi altri gustosi retroscena.


Buon compleanno Pierre

26 marzo 2015

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Oggi il compositore e direttore d’orchestra francese Pierre Boulez compie 90 anni.
A lui i miei più sentiti auguri!
Pierre Boulez è un protagonista assoluto della musica classica contemporanea del ‘900 (quella musica che non tutti i miei conoscenti riescono ad apprezzare).

Così Massimo Mila nel suo libro Breve storia della musica parla del maestro francese:

Pierre Boulez audacissimo e geniale sperimentatore di mezzi fonici inconsueti, largamente fondati sull’impiego timbrico della percussione. Insieme al tedesco Stockhausen, agli italiani Nono, Berio e Maderna, all’americano John Cage e al belga Pousseur, Boulez è uno dei principali artefici dei recentissimi sviluppi elaborati dalla nuova avanguardia musicale, che tiene le sue assise nei corsi estivi di Darmstadt. Interessato anche agli esperimenti elettronici e alle combinazioni della musica “aleatoria” (cioè in parte abbandonata, entro certi limiti, all’iniziativa estemporanea dell’esecutore e perfino all’intervento del caso), Boulez conserva in fondo un robusto allacciamento con la grande tradizione musicale, come si rivela anche dal fatto ch’egli ponga Debussy, insieme a Webern e a Messiaen, nella terna dei suoi maestri ideali; e in ciò consiste la sua forza.

Osservo sempre reazioni strane quando ascolto o propongo musica contemporanea.
Non c’è consuetudine e di conseguenza si fatica ad apprezzare brani che hanno un linguaggio complesso.
Ma basterebbe ascoltare un po’ di più questo genere per capire che anche dietro espressioni musicali di questo genere ci sono esistenze, uomini e idee che ci parlano se impariamo ad asocltarle.

In uno dei commenti a un brano della composizione Pli Selon Pli di Pierre Boulez su youTube si legge questa osservazione:

It’s sad that great music like this remains obscure

E io non posso che condividere!!!


Come un colpo di cannone…

20 marzo 2015

“Cittadini! – Il generale austriaco persiste, ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch’egli avventa sulle nostre case, sono l’ultimo saluto della tirannide che fugge. Molti officiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall’onor militare, domandano a deliberare un istante, supplicandoci di sospendere il vittorioso nostro foco.
Cittadini, perseverate sulla via che correte; essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà. Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla vetta delle Alpi.

Colà soltanto, noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto; la patria deciderà de’ suoi destini; ella non appartiene ad altri che a sè. I feriti sono raccomandati alle vostre cure; alle famiglie povere provederà la patria.”

Proclama emanato dal Consiglio di Guerra delle 5 giornate di Milano il 20 marzo 1848, in Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra di Carlo Cattaneo

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Muovendo da piazza Missori in corso di Porta Romana dopo pochi passi sul lato sinistro c’è un palazzo ottocentesco di colore giallo Milano. Ogni volta che passo non posso fare a meno di guardare la palla di cannone che sporge di fianco a un balcone del primo piano sopra una targa che riporta la data 20 marzo 1848.
In quei giorni di rivolta il generale Radetzky ritirato con le sue truppe dentro il castello Sforzesco non aveva esitato a cannoneggiare la città.
E regolarmente cerco invano di ricostruire la traiettoria del proiettile, nonché la febbrile atmosfera di quei giorni.
I risultati (del Risorgimento) li abbiamo tristemente sotto il naso, ma questa è una stantia polemica storica di pochi individui…

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Finiamo in musica!
Il titolo del post è una citazione dalla famosa aria della Calunnia da Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.
Nel seguente video canta il basso Ruggero Raimondi diretto da un giovane Claudio Abbado.


Un Elisir (per me)

12 gennaio 2015

Dopo i fatti di Parigi ho passato giorni difficili.
Preoccupazione, ansia, incredulità, sgomento.
Incapacità, fra tante parole ascoltate e lette, di darmi una spiegazione convincente.
Con il passare dei giorni si riuscirà a comprendere meglio, con la personale convinzione che coumnque sia le “strategie della tensione” non portano nulla di buono.

***

Immerso in questa diffusa sensazione di oppressione ho potuto concedermi nella serata di sabato un paio di ore di svago.
Sono andato con Francesca al teatro Filodrammatici ad assistere all’opera comica L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti rappresentata per la prima volta proprio a Milano nel 1832.
L’opera ha tutto per essere divertente, un uomo di potere (Belcore), un imbroglione (Dulcamara), e un sempliciotto (Nemorino) che vengono “manovrati” dalla scaltrezza della soprano (Adina). Le musiche sono gradevolissime e scorrevoli, “la brevità gran pregio!”, con arie celebri, duetti e terzetti comici e travolgenti.
L’associazione VoceAllOpera ha curato l’allestimento che prevedeva un ambientazione contemporanea, un’orchestra composta da un trio d’archi e pianoforte diretta da un giovanissimo maestro.
Buone le voci e il giovanissimo coro.
Una delle arie più famose, Una furtiva lagrima, è stata anche bissata.

Una furtiva lagrima
negli occhi suoi spuntò:
Quelle festose giovani
invidiar sembrò.
Che più cercando io vò?
M’ama! Sì, m’ama, lo vedo.
Un solo istante i palpiti
del suo bel cor sentir!
I miei sospir, confondere
per poco a’ suoi sospir!
I palpiti, i palpiti sentir
confondere i miei co’suoi sospir!
Cielo! Si può morir!
Di più non chiedo, non chiedo.
Ah, cielo! Si può morir d’amor.