Fatiche

30 maggio 2016

I giovani operai dagli occhi tristi
Pedalavano lenti sull’asfalto
Un disco regalava dai balconi
“Quando mi baci tu…”
Ma erano troppo dolci le parole
Per le loro spalle stanche.

Periferie di Lalla Romano
Giro 2016
Il Giro d’Italia è come un bel libro che si legge tutti i giorni per tre settimane.
E come ogni bel libro quando si arriva alla fine poi un po’ manca.

Dal lato agonistico ha riservato grande interesse con continui capovolgimenti.
Ha vinto Nibali che nelle ultime scalate delle alpi italo-francesi ha saputo ribaltare una situazione che sembrava compromessa.
Si sono segnalati Kruijswijk, (l’olandese che ha il cognome che sembra un codice fiscale, come dice un mio amico) forse il più forte che ha buttato la vittoria con una improvvida quanto spettacolare caduta (qui per vederla); il colombiano Chavez con un sorriso ammaliante; lo spagnolo Valverde.
Ma tutti quelli che sono arrivati a Torino dopo 3500 km meritano un applauso.
Il ciclismo è uno sport chiacchierato per certe pratiche, di cui però non sono esenti nemmeno altri sport, ma è uno sport che richiede grandi sacrifici e grandi fatiche.

La rai ha fatto un buon lavoro, forse con troppa pubblicità.
Con l’alta definizione le riprese dei paesaggi dall’elicottero erano spesso spettacolari.
E poi c’era un commentatore che riannodava i luoghi attraversati dalla corsa a citazioni letterarie e questo mi è molto piaciuto.
La poesia di Lalla Romano, scrittrice purtroppo poco conosciuta, è stata citata quando si è passati per le strade piemontesi nella tappa che arrivava a Sant’Anna di Vinadio.

Una citazione l’ha avuta anche Dino Campana, altro grande poeta poco conosciuto.
La sua poesia richiama proprio il ciclismo e si intitola Giro d’Italia in bicicletta (1° arrivato al traguardo di Marradi)

Dall’alta ripida china precipita
Come movente nel caos di un turbine
Come un movente grido dal turbine
Come il nocchiero dal cuore insaziato
Bolgia di roccia alpestre: grida di turbe rideste
Vita primeva di turbe in ebbrezze
Un bronzeo corpo dal turbine
Si dona alla terra con lancio leggero
Oscilla di vertigine il silenzio dentro la
muta catastrofe di rocce ardente d’intorno
Tu balzi anelante fuggente
fuggente nel palpito indomo
Un grido fremente dai mille che
rugge e scompare con te

La poesia di Campana ha avuto varie vicissitudini e versioni. Una di queste è stata dedicata a Marinetti.
Per concludere visto il richiamo al futurismo ecco la bicicletta, cioè uno studio per il Dinamismo di un ciclista di Boccioni:

boccioni


Passioni

14 aprile 2016

Sono fatte di lacrime e di sangue
e d’altro ancora.
Il cuore
batte a sinistra.

Passioni di Umberto Saba

25838_25838

Lo studio della storia fin dai tempi del liceo ha generato in me un fastidioso pessimismo.
Assistere alle vicende contemporanee, nazionali e mondiali, ha purtroppo consolidato la consapevolezza dello sbilanciamento, quasi senza speranza, della storia a favore di pochi.

Ma nella storia rimangono parole e idee e a volte avvenimenti straordinari che proiettano speranza. Come per esempio le elaborazioni filosofiche dell’Illuminismo che hanno portato alla dichiarazione dell’uguaglianza degli uomini e dell’inalienabilità dei diritti.

Ora la mia ricerca di parole significative si rivolge specialmente alla letteratura.
Anni fa un caro amico mi ha regalato la Antologia del Canzoniere di Saba.

È un libro che conservo gelosamente.
La parte finale della dedica dice così:
…sarà un altro punto di confronto tra noi e spero un’altra comune passione.
Saba 1


La Milano di Umberto Saba

14 febbraio 2016

20151228_072225

Fra le tue pietre e le tue nebbie faccio
villeggiatura. Mi riposo in Piazza
del Duomo. Invece
di stelle
ogni sera si accendono parole.

Nulla riposa della vita come
la vita.

Tre città 1. Milano dal Canzoniere di Umberto Saba

***

Si possono utilizzare molte parole per descrivere un modo di sentire, un’appartenenza, una città.
Ma anche poche.
Le parole pennellate di Saba mostrano la sua Milano così bene che presto diventa anche la nostra…
Io amo Milano e amo Umberto Saba.

E per oggi, circa metà febbraio, mi posso ritenere soddisfatto.


Giganti e nani

18 novembre 2015

Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantium humeris insidentes.
(Diceva Bernardo di Chartre che siamo nani sulle spalle di giganti)
da il Metalogicon, Giovanni di Salisbury (1120- 1180)

a_4876

Nicolas Poussin (1594–1665)

Sono da tempo alle prese con una fastidiosa controversia familiare con un lontano consanguineo che in alcuni momenti disturba il normale scorrere dei pochi pensieri della mia mente. Ciò che più mi irrita è di sorprendermi, mio malgrado, a pensare come districarmi dalla matassa.

In uno di questi momenti mi sono messo a leggere A Silvia di Giacomo Leopardi. Io non saprei fare un discorso accademico sul ruolo dell’arte, della cultura, nella società. Certo ho le mie idee che per brevità e decoro tralascio.
Posso dire che leggere la poesia in quello stato d’animo è stato come un balsamo, un elisir che mi ha elevato oltre le piccole miserie quotidiane.

La poesia esprime con mirabile efficacia la vita attraverso immagini, suoni, colori, sentimenti, illusioni e delusioni.
Attuale dopo circa duecento anni perché tocca ciò che è costante nell’uomo, e perciò immortale.
Perché Leopardi è un gigante. E noi quando non siamo sulle sue spalle (o di altri “giganti”) che siamo?

La ripropongo.

A Silvia
Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovinezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è il mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte delle umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.


Settanta

25 aprile 2015

2015-04-19 14.58.31
25 Aprile (1945)

Ecco, la guerra è finita.
Si è fatto silenzio sull’Europa.
E sui mari intorno ricominciano di notte a navigare i lumi.
Dal letto dove sono disteso posso finalmente guardare le stelle.
Come siamo felici.
A metà del pranzo la mamma si è messa improvvisamente a piangere per la gioia,
nessuno era più capace di andare avanti a parlare.
Che da stasera la gente ricominci a essere buona?
Spari di gioia per le vie, finestre accese a sterminio, tutti sono diventati pazzi,
ridono, si abbracciano, i più duri tipi dicono strane parole dimenticate.
Felicità su tutto il mondo è pace!
Infatti quante cose orribili passate per sempre.
Non udremo più misteriosi schianti nella notte che gelano il sangue e al rombo ansimante dei motori le case non saranno mai più così immobili e nere.
Non arriveranno più piccoli biglietti colorati con sentenze fatali,
Non più al davanzale per ore, mesi, anni, aspettando lui che ritorni.
Non più le Moire lanciate sul mondo a prendere uno qua
uno là senza preavviso, e sentirle perennemente nell’aria, notte e dì,
capricciose tiranne.
Non più, non più, ecco tutto;
Dio come siamo felici

Dino Buzzati


Under the bamboo tree

1 aprile 2015

Under the bamboo
Bamboo bamboo
Under the bamboo tree
Two live as one
One live as two
Two live as three
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Where the breadfruit fall
And the penguin call
And the sound is the sound of the sea
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Where the Gauguin maids
In the banyan shades
Wear palmleaf drapery
Under the bam
Under the boo
Under the bamboo tree.

Tell me in what part of the wood
Do you want to flirt with me?
Under the breadfruit, banyan, palmleaf
Or under the bamboo tree?
Any old tree will do for me
Any old wood is just as good
Any old isle is just my style
Any fresh egg
Any fresh egg
And the sound of the coral sea.

Under the bamboo tree dalla raccolta Fragment of an Agon di T.S. Eliot

Nel 1971 il gruppo degli Stormy Six pubblica il disco L’Unità che ottiene un discreto successo; a quel punto il produttore propone il brano Sotto il bambù, orecchiabile e decisamente più commerciale che esce nel 1972 con lo scopo di allargare il pubblico del “complesso”, che per altro è ben orientato politicamente.
Questo il racconto dal sito di Franco Fabbri sulla storia degli Stormy Six:
“All’uscita, l’Unità viene salutata come uno dei migliori prodotti del nuovo rock italiano; la casa discografica ne viene incoraggiata a lanciare gli Stormy Six su un mercato più ampio, e ancora una volta in modo incongruente. Sottopone al gruppo una canzone del cantautore Mario Barbaglia, «Sotto il bambù», ispirata alla poesia omonima di T. Eliot («Under The Bamboo Tree»), che a sua volta citava una canzone dei primi del Novecento, in vista di una partecipazione al «Disco per l’estate». Gli Stormy Six, che nel frattempo hanno iniziato un’intensa attività di concerti «politici», trasformano il testo in una parabola antifascista, con un «pirata vestito di nero amico del ricco e dello straniero». La commissione di ascolto della RAI «boccia» la canzone, e la casa discografica esige (e ottiene) che il gruppo la riincida con un testo privo di senso, che rende popolare la filastrocca (e gli Stormy Six) presso il pubblico infantile. L’episodio chiude, poco gloriosamente, la seconda fase della carriera degli Stormy Six”.

Altri tempi.
Il brano pur nella sua quasi totale assenza di significato è piacevole.
Forse l’amico Allan, gran conoscitore di musica di quel periodo, saprà svelarmi altri gustosi retroscena.


Pochi tramonti

18 febbraio 2015

IMG_0072 Cadorna Atq Compr

Cantami la vecchia canzone che sai e che amo sentire.
Hai visto il tramonto stasera? Sapeva di pace.
E di tempi passati.

Sapeva di polvere al vento e dei nostri anni.
Fa ancora piacere pensare a quei tempi.
In fondo potremmo sentirci felici.
Giornate di pioggia mi hanno ingannato.
Ancora una volta mi infrango al presente.

Ringrazio ancora una volta l’amico Allan, che fa battute e poi me le spiega, per avermi donato versi e fotografia.