29 agosto

29 agosto 2013

Correva l’anno XI dell’era fascista (1933), il giorno 29 di agosto.
Probabilmente in casa, come era solito in quel tempo far nascere i bambini, probabilmente in una calda e umida giornata estiva milanese, nasceva nelle “case minime” di via Zama a Milano dove un tempo era la cascina Trecca, il settimo di nove figli di una famiglia popolare.
Il mio papà 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un’infanzia vissuta in libertà, in strada, perché forse i genitori poveri di numerosi figli non potevano o non sapevano essere così assidui verso i figli come lo sono i genitori di adesso.
Un’infanzia vissuta in libertà, in strada, fino a far diventare il milanese la sua lingua pur avendo genitori pugliesi.
Perché allora a Milano le persone parlavano il dialetto. E quando ero più grande questa parlata dialettale milanese, sua e dei suoi fratelli, mi faceva strano se pensavo alle origini.
E mi piaceva ascoltarlo.
E nella sua infanzia libera non ha percepito il peso politico della dittatura, ma ha maturato una naturale insofferenza per le cose imposte come dover salutare, alzando il braccio, un busto di bronzo raffigurante il Duce all’ingresso della scuola elementare.
Già molto giovane aveva iniziato a fumare e raccontava di come, con i suoi amici, seguissero gli adulti che fumavano per raccogliere i loro resti e ricomporre una nuova sigaretta con il rischio di prendersi qualche sberla da quegli sconosciuti, ché allora usava.
Il mio papà 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E me lo vedo ragazzo, finita la guerra, e poi giovane uomo negli anni ’50 con quel suo fascino misterioso e forse un po’ scontroso, e sempre refrattario a seguire le regole.

Il mio papà e la mia mamma

Il mio papà e la mia mamma

Era un vero spirito ribelle di quelli così ben rappresentati, in quella Italia povera di allora ma piena di speranza, nelle pellicole del neorealismo.

Era mio padre.